Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

lunedì 13 novembre 2017

Relazioni pericolose




Ebbene sì, lo avevo già fatto e lo farò di nuovo: mi azzarderò ancora a toccare il tempio dell'intoccabile parlando dei gatti come solitamente in pochi osano fare.

Stamane mi è capitato di leggere questo articolo sul sito dell' Ansa, la prima agenzia di stampa multimediale in Italia, e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Si tratta della recensione di un libro da poco pubblicato anche in Italia, sulle modalità comportamentali dei felini, e sugli effetti ch'esse possono avere sull'uomo quando vi si pongono in relazione.

In sintesi l'autrice - tale Abigail Tucker - ammonisce su quanto siano poco utili e addirittura dannose queste creature per l'essere umano, che se ne invaghisce ingenuamente perdendo di vista la realtà: i gatti si sono conquistati la loro parte di storia, dichiara, e sono capaci di farlo anche e soprattutto a nostro detrimento.

La loro forte autonomia li rende di fatto poco socievoli, non si lasciano addomesticare facilmente, e non sono di alcuna utilità pratica.
Piuttosto, oltre che danneggiare i nostri oggetti e gli ambienti nei quali vengono amorevolmente accolti, finiscono col pretendere cibo e attenzioni a comando, infischiandosene delle nostre necessità...

Il titolo del libro rievoca tiranni e antiche monarchie, laddove non è certo l'uomo a fare da padrone!

Tutto ciò ha richiamato alla mia memoria un certo sogno, vissuto un pò di tempo fa. Vissuto sì, perché i sogni si vivono continuamente, ad occhi chiusi come anche ad occhi aperti.

Quella notte vidi che stavo andando in un posto che era presidiato da gatti, tanti gatti, erano ovunque. Era un ambiente un pò trasandato, c'era dell'erba incolta, e tante canne che si stagliavano in alto dal terreno. 

Ciò che più mi stupiva era il fatto che di gatti se ne trovavano anche in cima alle canne... Erano ovunque, di varie forme e misure, ed erano tantissimi, erano davvero troppi! 

E sì che nei sogni può accadere di tutto, ma avevo la chiara percezione di un certo pericolo imminente; io volevo procedere, ma quel muro di felini lo rendeva impossibile.

Ricordo che quella mattina mi alzai in uno stato di ansia... Ero davvero preoccupata. Quello sarebbe stato il mio primo giorno in un nuovo posto di lavoro.
Che cosa mi aspettava?

Inutile dirlo: i sogni non sbagliano mai. 

E fu così: si trattava di un ambiente non proprio curato, lasciato in balia degli umori di chi sapeva soffiare più forte. 
Gli abitanti di quel luogo, insieme, costituivano un aggregato scomposto, di vari colori che tendevano, però, tutti quanti ad un medesimo grigio... Una tinta evocativa della polvere e di quelle cose vecchie che a volte rimangono in fondo all'armadio, dimenticate più o meno appositamente.

E come i gatti, che miagolando con fare lamentoso, ti si avvicinano e ti si strusciano addosso in modo ipnotico, mi avvedevo, giorno dopo giorno, della vera natura di quella ostentata dolcezza: era solo un anestetico somministrato alle vittime inesperte prima della brutta mutazione, quella che stringe a capocchia di spillo le pupille di un sadico killer.

Nel corso dei secoli, dei gatti si è detto e scritto parecchio; sono sorte leggende, la cui diffusione ha alimentato paure e ossessioni. 
I gatti piacciono molto, inquietano o sono davvero odiati: conosco persone dell'una e delle altre squadre; quanto a me, preferisco evitarli.

I gatti - non vogliatemene - non mi sono troppo simpatici. Detesto i loro modi ruffiani, e non mi piace che chiunque - indipendentemente dal numero delle zampe presenti -  mi si strusci (anche ripetutamente) tra i piedi...

Ci fu un periodo, durante l'infanzia, in cui l'unico modo che trovarono i miei genitori di zittire le continue lagnanze (da sola non mi divertivo, e volevo un amichetto a quattro zampe), fu di concedermi di ospitare in casa, sia pure per un breve periodo, il gatto di una persona amica (che ne approfittò per godersi una bella vacanza): la condizione essenziale che mi affrettai ingenuamente ad accettare mi rendeva diretta responsabile delle sue necessità e delle sue azioni.

Ovvero: dei suoi bisogni e dei suoi disastri.

Inutile dire che imparai presto la vera natura di quell'animale. Non si trattava di un amico peloso con cui divertirmi giocando, ma di un ruffiano scroccone e seccatore di cui mi liberai, al termine del periodo previsto, assai volentieri. 

I suoi lamenti per il cibo mi entravano nel cervello a partire dal mattino presto, anticipando di molto l'odiosissima sveglia; alcune cose le mangiava, altre le snobbata impunemente, imponendomi l'onere di cercare una alternativa per lui tollerabile; poi, nonostante i miei sforzi di dimostrare amicizia e spirito di gruppo, se ne stava spesso per conto suo, consumando il tempo nella distruzione di tende e sfregiando mobili, con il fantastico ulteriore risultato di accrescere giorno per giorno la già nota tensione vigente tra me e i generali... 
Insomma, un fiasco totale.

Non è amico chi prende e pretende, e se ne infischia di dare!

Lezione imparata: è trascorso del tempo prima che tornassi alla carica chiedendo la compagnia di un altro animale che, comunque, ho poi individuato tra i nemici del nemico: un cane! 
Ma quella è un'altra storia...

La psicologia tende da sempre a identificare nel gatto la simbologia di una femminilità apparentemente dolce e affettuosa, ma latrice di aggressività e opportunismo...

Ed è così che ce la presenta anche il mondo dei fumetti, attraverso le splendide forme di Catwoman, il fumetto che annovera la sua protagonista tra i primi 100 personaggi comix più cattivi: bella, seduttiva, approfittatrice e ladra, abilissima a sgattaiolare via al momento opportuno.

Prende, pretende, e se ne infischia di dare... Anche se sembra così desiderabile!

Sembra che nemmeno Batman abbia ceduto a lungo alle sue lusinghe, tanto da riuscire a metterla alla porta ai primi sospetti che dietro la sua infatuazione per lei ci fosse lo zampino del nemico illusionista.

Dalla realtà alla fantasia... Fino nei personalissimi sogni...

Fate attenzione amici, non è del famigerato gatto nero che dovete preoccuparvi: quello è solo l'elemento distrattivo.... Comunque, se ne vedete uno attraversare la strada, accelerate e andate via il più velocemente possibile: intorno potrebbero essercene degli altri....








giovedì 2 novembre 2017

INTUIZIONE !




Oggi ho discusso con una persona su cosa sia la facoltà del pensiero.

E' stato un giorno di festa, avevamo da poco terminato un raffinatissimo pasto e, come a volte succede, ci siamo immersi in un dialogo dai toni animati, il cui sapore aveva del quesito, del confronto, dello scontro assertivo... Fino alla conclusiva piacevole convergenza.

Un bel pasto completo, insomma!

La mia pregressa formazione filosofica, come una nemesi, mi spinge a considerare il pensare come un atto conoscitivo; la capacità di riflettere e di mettere insieme i pezzi, cioè, è sempre stata per me una forma di conoscenza che rende possibile la conoscenza per come solitamente la intendiamo, ossia la conoscenza delle cose.

Il mio interlocutore osteggiava vigorosamente tale approccio, sostenendo che il pensare costituisce solo un passaggio successivo, quello che è introdotto e reso possibile dall'intuizione.
E questa intuizione, identificata nella capacità computazionale, esplica l'intelligenza di cui è corredato l'essere umano. 

Mi sono sentita trascinata indietro di anni, in quelle aule universitarie in cui si contrapponeva una vaga idea metafisica di intuizione alla familiarissima capacità riflessiva e razionale. E a causa del sabotaggio dovuto alle mie memorie, mi sono distratta, perdendomi un passaggio di cui mi sono accorta solo in seguito, dopo ulteriori fiumi di parole, alzate di toni, e sbuffate impazienti di chi mi sedeva davanti.

La computazione: parola magica.

Ossia: il talento di mettere insieme le parti in maniera simultanea, quell' insieme di processi che trasformano gli impulsi che mi impattano in un linguaggio "leggibile" e percepibile.

Con l'espressione "intuizione", il mio interlocutore si riferiva a ciò che i neuroscienziati definiscono "TR", il tempo di reazioneun indice della velocità di processamento delle informazioni da parte del cervello umano - che tra l'altro, in merito agli stimoli visivi, impiega un tempo medio tra i 150 e i 300 millesimi di secondo.

Niente più artificiosa metafisica; oggi parla la scienza: ci sono tempi di reazione necessari a ordinare il bombardamento di informazioni, e sono stati anche calcolati!

E intanto che l'altro argomenta, mi si accende una lampadina. Mi viene in mente ciò che ho letto tempo fa su come i browser raccolgono le informazioni dal web e le traducono in un linguaggio comprensibile per gli utenti che hanno posto domande, avviando il processo di ricerca, di ricezione, e quindi di traduzione.

Computazione.
Anche in quel caso la velocità ha una sua importanza.

E questo linguaggio in cosa consiste? Non sorprendo nessuno se parlo di immagini, vero?
Fate una prova sul web, digitate qualcosa su Chrome - o su qualsiasi altro browser cui preferite affidarvi - e in pochi istanti avrete davanti una pagina piena di immagini e di scritte.

Bastano poche nozioni sul linguaggio macchina per comprendere che anche le scritte, in realtà, sono immagini - risultanti di un programma che stabilisce la visualizzazione di certe forme dovute al susseguirsi di specifiche istruzioni.

Ed ecco che come fruitori del web, ci relazioniamo ad un linguaggio comune, un linguaggio primordiale, nativo, universale, che può essere poi certamente e debitamente tradotto in molteplici linguaggi diversi: l'intuizione, che esperiamo (poi) come immagine, precede la capacità di pensare, di riflettere (su di essa e grazie ad essa).
Come sul web. Come nei film. Come nei sogni.

In questi giorni ho incontrato su carta Lev Manovic, professore emerito di Computer Science Program al City University di New York, il quale sostiene che la realtà virtuale rende possibile ciò che razionalmente potrebbe non essere, in quanto azzera i limiti che la finitezza storica ci impone (limiti spazio-temporali, limiti di gravità, limiti di azione...) e ci consente così di fruire di un'area libera, svincolata, in cui sperimentare, osservare e modificare il risultato di ciò che vogliamo realizzare.

Questo spazio costituisce una realtà libera in cui esperire e conoscere in modo nuovo, in padronanza di prospettive finora impossibili, e di poter quindi prevedere le conseguenze al punto da divenire noi stessi capaci di gestirle o evitarle prima ancora di realizzare concretamente il progetto.

Progetto che peró esiste già e accade, sia pure in altra forma ed in altro stato.

Malevic parla di software culture, ossia del fatto che la disponibilità di software, propria di questa era informatica in cui viviamo, e la loro fruizione, espandono sempre piú le nostre capacita cognitive, spingendoci ad agire in modo diverso, perché ci permettono essenzialmente di pensare in modo diverso.
Oggi noi abbiamo cioè a disposizione la visualizzazione di una intuizione nella sua complessità, e possiamo osservarla e studiarla in piena libertà, senza limiti di prospettiva: é lì e ci appella.

Immagini libere dai limiti della storia e della fisica, che sono il frutto di coordinate, di istruzioni: if...then (a fronte di certe condizioni accadono certi effetti)!

Proprio come nei sogni, nei quali le coordinate della nostra situazione danno vita ad una rappresentazione che oltrepassa i limiti imposti dal reale, attraverso un personalissimo processo intuitivo che computa informazioni e ce le rende accessibili.
E come un browser, in tempi rapidi, ci presenta delle immagini.

Su queste immagini potremo poi riflettere e argomentare, come fanno i critici d'arte, i filosofi e gli esegeti.

Ora, però, nella Babele degli interpreti, sarebbe opportuno verificare i criteri dei quali essi si servono, in quanto non sempre son chiari e rispettosi del naturale modo dell'umana specie.

Suggerisco, in merito, una utilissima lettura:











PEDAGOGIA ESISTENZIALE: SULLE ORME DI DANIELE BERNABEI



Proprio in questi giorni riflettevo su quante persone malate ci sono in circolazione: così tanta sofferenza che trova forma in individui alterati in maniera più o meno visibile, nel corpo o nei comportamenti.

Poi mi sono imbattuta nell’articolo di Daniele Bernabei qui pubblicato, e sono partite in corsa le dita sulla tastiera…

Chi mi segue lo sa: io sono quella che osserva gli altri come comunicanti, laddove ogni atto comunicativo è sempre un comportamento, un fare.

Watzlavick sosteneva che la cosiddetta malattia mentale e' sempre espressione di un modo comportamentale, una risposta ad una provocazione, eseguita secondo criteri non funzionali per il soggetto in un dato contesto: il qui e ora della persona, il suo stare in quell’universo così ben descritto da Bernabei nel testo succitato. 

E’ così: le leggi dell’uomo molto spesso impongono quanto le leggi della natura non contemplano, e chi vi si asserve - sia pure in buona fede - per ignoranza o per paura, si trova poi a far i conti con la Vita, giudice supremo dei nostri modi.

Heidegger utilizzava l’espressione Dasein per indicare l’uomo storico, quell’uomo lì, in quel momento lì, radicato alla terra su cui è nato, e in cui vive, momento per momento, sempre alle prese con la praticità dell’esistere. 
Individui che hanno un tempo limitato ma tanto potenziale da poter sviluppare, chiamati a scegliere se lasciarsi vivere, gettati tra le cose, o se attuare la propria autenticità.

Questa idea di autenticità e di scelta riportano all’incipit della Responsabilità, quella verso cui Bernabei punta il dito quando afferma che “c’è sempre una colpa…Il fatto stesso di mettersi sulla croce, lo fa colpevole”.

Ma come si fa a trovare la propria via? 

Heidegger parlava di una chiamata da parte dell’Essere… Qualcosa che viene da dentro in ognuno di noi, e si appellava all’ambiguo e ricchissimo linguaggio della poesia come espressione esemplare di tale appello, un linguaggio che chiama chiamando in causa tutto l’uomo, non solo “la sua parte razionale”: un linguaggio che parla per immagini e sensazioni… H. ricordava infatti, con Holderlin, che l’uomo abita poeticamente su questa terra.

Ma il linguaggio, per propri limiti strutturali, non è sufficiente a dire quanto può essere solo vissuto in prima persona, ed è qui che i filosofi hanno sempre trovato l’ostacolo…. Una ricerca che si ingolfa per via del limite degli strumenti disponibili.

Ecco che Bernabei ci accompagna in quello che B. Russell definirebbe “il salto di livello logico”, ossia ci sposta in una modalità diversa di indagine, una modalità personale, rispettosa della individualità storica di ognuno, che si serve di un linguaggio universale, e che rispetta i criteri di conformità alla nostra stessa natura storica: la funzionalità naturale, biologica ed esistenziale. 

Ci porta al cospetto del linguaggio delle immagini, e ci pone dinanzi a loro in maniera totale, a chiederci come le nostre cellule reagiscono.

Non è più la nebulosa e a volte comoda metafisica di certi noti filosofi, ma una scienza diversa, a cui siamo poco avvezzi e che inizialmente destabilizza.

La legge dell’uomo costruisce un mondo di valori, che variano nel tempo e nello spazio secondo i flussi degli eventi e dei colori del vincitore di turno; la legge della natura risponde solo a se stessa e ci chiama direttamente, da dentro, e ci parla, e ci dice di noi. 

E’ quella spinta verso l’autentico che non molti hanno il coraggio di assecondare. E’ quell’istanza che ci sottrae al modo dell’esser cose o pupazzi, che rischiara il senso di un vagare che ci pone umili e ci riempie di domande, spingendoci a cercare.


Mi guardo intorno e nel vedere tanta sofferenza diffusa mi chiedo quanto ancora ci vuole perché la pedagogia renda possibile un accostamento delle leggi dell’uomo a quelle della natura, e si faccia finalmente pedagogia esistenziale.

Bernabei, nel suo scritto, si sofferma sulle dinamiche della rimozione, ed io stessa mi chiedo se questa cecità, questo ritardo e questa titubanza non siano il frutto di una più ampia rimozione che l’umanità tutta ha eseguito su stessa e sui propri canali gnoseologici: abbiamo dimenticato l’importanza di osservare le immagini, abbiamo dimenticato come leggerle, abbiamo dimenticato di ascoltare noi stessi.

 Tutti proiettati nella costruzione di un senso da attribuire a ciò che c’è fuori, dietro la spinta della legge che uomini dai colori vincenti, in un dato momento, hanno codificato per noi.





martedì 10 ottobre 2017

Ri-Beh



Tempo fa ho pubblicato su questo blog una piccola favola: l'idea era nata da un gioco protratto per tempo con una persona amica, in riferimento ad un grosso fermaporta  a forma di pecora che gli avevo fatto trovare in casa. 
L'oggetto era buffo, e aveva ispirato fantasticherie divertenti dall'esito di volta in volta sorprendente.

...Noi ci divertiamo anche così...


Di recente è arrivato un commento lamentoso al medesimo post (Beh) condiviso su G+, firmato "Pecor -Hill"...


...E siccome non riesco a resistere alle provocazioni, ho deciso di comporre questo post!!!


Buon divertimento

:)


Ri-beh


Nel solitario Far West... Vaga ruminando un pecoro stizzoso.
 La pelle del muso rinsecchita per il sole impietoso che, giorno dopo giorno, insiste nella steppa a punire ogni vivente. 


E su quel brutto muso pieno di segni, l'ombra di un cappello... Il cappello di Pecor-Hill!

Rotolano i rami secchi aggrovigliati, sulla terra arida e cocente, mentre alti volano gli oscuri avvoltoi...

Pecor mastica quei pochi arbusti disponibili, rubati all'ombra dei cactus spinosi, eretti verso il cielo. Distese immense di terra rossa, bassi cespugli e sinuosi serpenti, che scattano ad ogni rumore, nell'attesa di una preda.

L'aria è tesa, nel silenzio della steppa, e la luce è così forte da ferire gli occhi. Promessa di tragedia, d'intorno, e l'odore di morte si addensa nell'anima provata.

Gli avvoltoi gridano e girano in tondo. Pecor socchiude le palpebre provate e sputa in terra una chiazza verdastra di saliva mista ad erba. 

Trotterella il nostro eroe, e incede tranquillo nell'atmosfera resa surreale dal cielo immenso, troppo azzurro per quello strano giorno. Ma è il suo ambiente: la solitudine è la sua casa, la sua vera compagna di sempre.

Le pistole lungo i fianchi, ben assicurate al cinturone, greve di pallottole ancora da sparare. Pochi movimenti intorno, e il fastidioso ronzare di mosche e tafani.

Questo caldo ucciderebbe chiunque, ma non lui.

Un fischio lontano allerta l'animo solitario, una pausa, e poi ancora un suono. Quei corpi neri non cessano la danza macabra ben nota, e dai monti non proviene nulla. 

Solo quel suono, e del fumo. 

Lontano qualcuno si è accampato, o  magari si tratta degli indiani, strani bipedi che girano a cavallo con i pennacchi sulla chioma.

Anche loro hanno la pelle brunita dal sole, ma il vello copre loro solo il capo, ed è liscio, e scuro. Sono coinquilini rumorosi, in questo mondo fatto di suoni e di odori, emettono urla gutturali mai udite in altre specie, e scorrazzano sui prati alzando tanta polvere, e facendo fuggire via i bisonti.
Quelli si che sono tranquilli, grossi compagnoni sbuffanti e scuri, sempre liberi nel vento e nel sole... Un sole ardente.

Pecor trotterella solitario, al riparo della tesa di cuoio del vecchio cappello da cow boy, quando a un tratto avverte un altro suono, familiare, forse, e femmineo... Ha un chè di rustico e di dolce...

Sposta il cappello con la zampa e aguzza il guardo: all'orizzonte una casetta. Il fumo esce dal camino, e uno steccato fresco di pittura tutt'intorno.
 E lì, sulla radura, tra lo steccato e la casetta, un batuffolo verdastro che si muove lentamente. Pecor si avvicina, controlla l'impugnatura delle colt, e sposta lo stecchetto da una parte all'altra della bocca.

Si ferma di colpo, come è solito fare prima di un duello, ma egli è già vinto, prima ancora di entrare in azione: il fiato fermo nei polmoni, gli zoccoli congelati al suolo: il sole tondo, alto nel cielo, illumina come un faro quel tenero verde vivente.

 Rotolano le balle di sterpaglia, e coprono per un attimo infinito la visione. Lei ora è più vicina, annusa l'aria, in posa tra fiori colorati, intanto che bimbi allegri fanno il girotondo intorno a lei, tenendosi per mano. 

Voci infantili accompagnano la scena: gli occhioni innamorati di una pecor-illa verde sono spalancati su di lui, su quel brutto muso rinsecchito, pieno di cicatrici e di sogni  avventurosi. 

Nell'alto il cerchio è rotto: ora rondini inattese sfrecciano nel cielo a inaugurare il tempo dolce dell'amore.

Brillano al sole le fumiganti pistolone, in attesa di nuove scorrazzate nel clamoroso storico far-west!





giovedì 28 settembre 2017

CONNESSIONE



A volte capitava, quando ero piccola, che tutta la famiglia si trovasse fuori casa per cena, che fosse un ristorante o la classica pizzeria. Durante questi eventi io ero felicissima, perché si stravolgeva la monotonia delle abitudini: l'avvicinarsi dell'ora X; la mamma che chiamava in tavola; il successivo inesorabile urlo nervoso a favore dei ritardatari - solo il papà, in effetti - e quell'odore di cucinato che invadeva l'appartamento, anticipando le reazioni di approvazione o rifiuto degli imminenti avventori.  

E via, ognuno seduto al suo posto, la televisione sintonizzata sul noiosissimo e poco comprensibile telegiornale, che dominava impersonalmente la situazione imponendo il divieto di parola. 
E la noia.

Io capivo davvero poco di quanto veniva raccontato - e che ne può capire una bambinetta di questioni di politica interna ed estera? -, ma ero sempre infastidita dai toni incalzanti del presentatore di turno, che metteva le parole rocambolescamente in fila, e le sospingeva in avanti inscenando una gara di velocità sonora.  

Era asfissiante e faticoso. E poi il telegiornale veniva trasmesso sempre in concomitanza con le animazioni che avrei tanto voluto vedere...

Il mondo è dei grandi, però, proprio come la televisione, e quindi vincono loro!

Ma quelle uscite erano entusiasmanti: potevi scegliere il menù, eri incoraggiato ad assecondare i tuoi gusti, erano concessi gli stravizi (gelati e dolcetti), e soprattutto si dava libertà di parola. 
Allora mi sbizzarrivo a fare domande, dicevo la mia, e potevo soddisfare quella curiosità che mi appartiene ascoltando i racconti dei grandi.

I grandi hanno sempre qualcosa da raccontare... Sono lì che respirano da molto tempo prima di te! E siccome la tenera età mi negava un ampio bagaglio di esperienze pregresse, potevo scoprire il mondo attraverso le loro parole, ed emozionarmi grazie alle loro espressioni.

Insomma: fruivo di documentari in 3D!

Sono trascorsi parecchi anni da allora, e il pasto in compagnia per me é ancora fonte di entusiasmo - almeno quanto il senso claustrofobico trasmesso dagli snocciolatori di notizie che appaiono dagli schermi a orari convenuti.
E che quindi evito di ascoltare. 
Le notizie preferisco cercarle viaggiando tra testate diverse, e le accolgo con i miei tempi e nei modi che ritengo più consoni alla mia natura.

Quanto ai commensali...Beh anche lì sono piuttosto selettiva, dato che dal tempo di quelle prime esaltanti esperienze ho incontrato molti documentari noiosi, se non addirittura sgradevoli. 

Il mio interesse per l'altro non è mai scemato, solo che certi canali offrono presentatori molto simili a quegli angoscianti emanatori di parole veloci e dalla forma vuota. E francamente, mi sentirei un po’ fessa a subire un documentario che non trasmette novità, emozioni, e vita. 

Lo dicevano i saggi che praticare l'otium è un fare virtuoso, ma l'oblomovismo, quello proprio non lo sopporto.
Una socievole asociale, insomma, secondo la definizione di alcuni, o una solitaria compagnona.
 Mah... Il relativismo!

Insomma, io amo il convivio: questa frazione di esistenza in cui anime vive si incontrano contribuendo l'una all'evoluzione dell'altra, e lo fanno col gioco, con il racconto, con le provocazioni, con modi seriosi ed esercizi di stile... Si abbracciano finemente dall'interno, anche se solo per brevi momenti, alimentando così la propria e l'altrui luce di vita, in un crescendo di piacere globale. Lo dice la stessa parola, in fondo, indicando una coesistenza vitale: il vivere - nel senso più pieno del termine - insieme. 

L'incontro, però, non è dato solo intorno ad un desco: può accadere in ogni momento, e in insospettabili luoghi, nei quali puoi casualmente incontrare un altro individuo, e per un qualche oscuro motivo le vostre voci arrivano a distendere ponti, sostenuti da immagini varie che trasmettono e alimentano vita. 

Ogni momento può aprire l'Incontro, e dar voce ad un gioco che ha il sapore del sacro.

Molti di noi però non sanno ascoltare, impegnati a proteggere sé da quel tanto che impatta e che smuove, e limitano la propria attenzione in atmosfera diversa, fino a dimenticare quel mondo fatto di fibre, di sangue e di luce nel quale vanno distrattamente vagando.

Ieri sera, curiosando nel web, ho incontrato il sospiro di chi, come me, apprezza dialogare con l'altro, ma che pure, a volte, è costretto a non farlo.

E ho deciso di unire il mio suono col suo.

Buona visione...













martedì 29 agosto 2017

ControRacconto: il bel gioco della vita



Oggi Il Mio Blog è stato citato in un post di Elena Ferro come sito meritevole di interesse: sono venuta così a conoscenza della pratica nota nel web col nome di liebstermania, una sorta di premio-notorietà incluso in un gioco curioso che richiede ai premiati una reciprocità di attenzione.

Ho quindi deciso di ringraziare così, scrivendo un contro-racconto che possa mutare un amaro sorriso in un sorriso splendente.

 Di ispirazione il racconto di Elena: Uno strano scherzo del destino, che ho preferito immaginare così:


ControRacconto: il bel gioco della vita.


Goe e Gae, i loro nomi: due amici sinceri che amano fare e pensare, e sperimentano insieme occupazioni più varie. A volte altri Goi, da strade diverse, trascorrono anni, millenni o minuti insieme con loro, a fare e rifare, affinare e cambiare, sorridendo col volto e col cuore. Ogni dì una esperienza diversa, nel fiume, sui colli e tra rudi montagne, benedetti dal cielo e dal mare, nel percorso vivace del tempo che scorre.

Crono si ferma e li osserva, con cipiglio da re, curioso e ammaliato egli stesso da tanta beltà. Vulcano rallenta gli ardori e le piogge non scendono più torrenziali ma in dolce armonia, che sa di musica e cedro fragrante.
Tutto è incantato, tutto è magia, ed unisce più mondi in una sola visione di pace e di sana allegria.

Eccolo il gioco di chi sa giocare vivendo, perchè vivere è pura armonia, che sovrasta gli strappi e i rumori, che raccoglie i piccoli pezzi che a volte cadono tanto lontani.
Sentire la terra che chiama, vestita di verde e di rosso, vestita di fiori e profumi fragranti, carezzata dal sole e da zampe ruspanti di chi lì vi dimora.

Si cercano le anime sparse, e si ascoltano avvedendosi appena di questo mutuo giocare che trova e collega, che elabora e affina, che muove e conduce il cambiamento infinito.

La vita alimenta se stessa, accendendo quel brio che pure illumina l'aria.

Le regole scarne ma serie: evitare situazioni già note, osservare con animo aperto e lasciarsi stupire, rivolgere la propria attenzione a ciò che intanto succede, e a quanto si ha voglia di creare in ex novo

In ogni momento  quell'uscio è dischiuso, ad accogliere chi, un pò titubante oppure entusiasta, percorre quel viale con animo fresco.

Via via che scorrono i giorni aumentano le capacità sensoriali, s'amplia la mente ed i volti si coprono d'oro.
La canicola estiva si fa più tollerabile, e pure il rigido inverno diviene un amico, perchè stiepidito dall'energia della vita che pulsa.

Man mano crescono i Goi, si fanno più grandi e più forti, e divengono sempre più belli e più uniti, tanto che illuminano il pianeta infuocato che, pure, riceve vita da loro.

Succede così qualcosa di strano, che sconvolge studiosi e scienziati: si sono invertite le parti e la scienza ne rimane turbata... 

Ora è la Terra che illumina il sole, e ne diviene il fine causale: è Gea, madre di Goe e di Gae, amica dei Goi, che respira il sorriso che illumina il mondo.









mercoledì 23 agosto 2017

Abitare poeticamente


“[...] un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette […]”
(Hölderlin, Iperione)


Gli antichi greci definivano l'agire secondo due modalità: la prassi (πρᾶξις), intesa come azione fine a se stessa, che nello specifico designava l'agire morale, considerato come un fine esso stesso; e la tecnica (τέχνη), l'azione finalizzata, l'arte di agire per uno scopo, estensibile a tutti i campi in cui è dato all'uomo operare.

A partire dal XX secolo la definizione di tecnica - divenuta poi tecnologia - ha assunto la specifica accezione di strumentazione derivata dalla scienza e finalizzata alla produzione di beni.

Oggi utilizziamo l'espressione tecnologia per indicare strumenti destinati ad applicazioni specifiche, come può esserlo, ad esempio, la tecnologia informatica.

In sostanza si tratta di modalità del fare, e quindi del comunicare (l'una azione implica sempre l'altra), dalle specifiche proprietà e regole di utilizzo, che trovano applicazione in contesti svariati.

La moderna tecnologia, legata alla crescente informatizzazione della società, rende fruibili quelli che oggi sono definiti "i nuovi media", strumenti di comunicazione particolarmente complessi che sfruttano una eterogeneità di formati espressivi (la multimedialità implica l'utilizzo di molti media, appunto) attraverso cui veicolare i contenuti.
 E se è vero - e lo è - che la forma contribuisce a fare il contenuto, a costituirlo essenzialmente (chiedetelo pure a un romanziere!), va da sé che la fruizione di tali strumenti interviene nella percezione che abbiamo della esperienza stessa e nella nostra ulteriore interazione con essa, con gli altri, e con noi stessi.
Il nostro modo di "abitare il mondo", insomma, ne viene inevitabilmente condizionato.

La comunicazione digitale si evolve rapidamente, e quanto fino ad un decennio fa andava sotto la più ampia definizione di ipertestualità - la possibilità che ha un utente di connettere e richiamare tra loro informazioni in funzione di un personale percorso di apprendimento - oggi assume connotazione specifica, ed il diritto ad un esame precipuo.

Vengono così dedicati studi approfonditi all'analisi dei mondi virtuali, contesti realizzati attraverso interfaccia a 3D; al social networking, piattaforme destinate alla condivisione di informazioni tra utenti; al cosiddetto web 2.0, quella parte del web che presenta contenuti comuni costruiti da più utenti - come avviene in Flickr, YouTube, in Wikipedia o nei blog; al web 3.0, ossia all'idea di poter utilizzare i dati offerti dal web come si trattasse di un enorme data-base; all’e-learning, la formazione a distanza; all’e-government, l'interazione su internet tra cittadini, imprese ed amministrazioni; al web semantico, che comporta l’inclusione nei documenti web di informazioni su argomenti e concetti di cui essi stessi trattano, sulla loro categorizzazione e sulle relazioni con altri documenti (i metadati); ... Fino al wi-fi (wireless fidelity), alla possibilità cioè di connettersi a Internet senza cavi, attraverso apparecchi di vario genere (i famigerati devices).

Ed è qui che il lavoro dei semiotici si complica: mi riferisco alla disciplina che studia i segni e le loro relazioni, che osserva ed evidenzia la loro struttura superficiale e quella profonda, e che lo fa da qualche tempo dall'interno di una concezione "pragmatica" in linea con il pensiero di P. Watzlawich, intesa cioè in termini di operatività umana ed atti comunicativi.

La multimedialità ha così trasformato la concezione che la semiotica aveva del suo oggetto: un modo - e quindi un mondo, secondo l'assunto bachmanniano per cui "non è dato un mondo senza linguaggio" - che fino a poco più di un decennio fa era osservato come scrittura: un grande testo da osservare, analizzare e comprendere nella sua superficie, fatta di regole, connessioni e norme grammaticali, e nei significati impliciti operanti da un livello più profondo. 
Di base prevale la eredità wittgensteiniana secondo cui “la struttura del linguaggio rispecchia la struttura del mondo".

 Oggi questa modalità è superata: la scrittura viene integrata attraverso nuovi strumenti che sono in grado di coinvolgere tutti i nostri sensi: filmati, audio, interazioni sociali... Tutto è segno, e tutto è testo... Ma ad un livello più ampio, che non si limita più solo a rispecchiare la grammatica della scrittura.

La multimedialità comporta la capacità di una convergenza di linguaggi diversi, di forme di espressione e di contenuti differenti in una specifica strategia informativa attraverso quella che potremmo definire "una sincretizzazione di sistemi semiotici eterogenei".

In gioco abbiamo dunque una interazione effettuale di strumenti espressivi e percezioni multi sensoriali, la cui risultante è, per gli utenti, un modo diverso di percepire, di vivere e di condividere l'esperienza.

L'analitica si fa epistemologia, e si serve sempre più dei dati ricavati dalle neuroscienze e dai viaggi dei nuovi antropologi, uomini come Lindstrom, per intenderci, famoso branding specialist (il Time Magazine del 2009 lo ha inserito nella lista dei cento uomini più influenti del secolo) al soldo di potenti multinazionali, uomini che proprio come i primi esploratori delle civiltà altre - antropologi o missionari che fossero - viaggiano per il mondo soffermandosi a vivere per un pò presso le genti da studiare, al fine di riportarne notizia in patria.

L'antropologia culturale - lo studio dell'uomo nelle sue manifestazioni tecniche e in ciò che egli produce esprimendo se stesso - estende il proprio campo di indagine al territorio digitale e ai modi della sua fruizione, e quindi al modo in cui tutto ciò interviene ad orientare il nostro modo di pensare e di fare: il modo in cui l'uomo attuale percepisce l'esperienza, la produce e la trasmette in condivisione.

Le informazioni sull'Altro hanno sempre avuto un importante valore economico e politico, oltre che culturale. E così la nuova antropologia si rifà il look, e pure il nome, assurgendo agli spalti come web marketing nelle sue varie accezioni e modalità espressive, oltre che di analisi e profilazione.

Interessi conoscitivi ed interessi economici continuano ad andare a braccetto nel percorso dell’evoluzione umana riportandoci, paradossalmente, al punto di partenza, al fatto che un linguaggio complesso, esaustivo e multiforme, realizzato “in laboratorio” attraverso la progressione della tecnica, rispecchia la capacità percettiva e cognitiva più propria dell’essere umano, connaturata ed originale: la modalità multimediale del linguaggio onirico.

L’espressività onirica si nutre e compone del mondo che viviamo: oggetti e avvenimenti della nostra quotidianità, suoni e odori, istanze nostre e di chi incontriamo, ricordi e aspirazioni… Tutto si combina in un testo che è ipertesto: una dimensione virtuosa più che virtuale, perché ci dice di noi; e reale perché parte da noi ed è riferita a noi, perché prodotta dalla nostra personale esperienza per descriverne l'attualità.

Citerò un famoso frammento di Hölderlin, per spingermi un pochino oltre:

Voll verdienst, doch dichterisch, wohnet der Mensch auf dieser Erde

Ossia:

Pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra.

Il poeta tedesco coglieva nel linguaggio il limite e l'occasione: il dire non può esprimere a sufficienza ciò che ognuno di noi è realmente in grado di cogliere. La comunicazione più piena si fa ad altro livello, oltrepassando la logica e l'approccio analitico: ciò che Hölderlin definisce poesia.

La comunicazione poetica manifesta ciò che non è possibile dire, lo esibisce e consente così la percezione di quanto trascende la parola comune, rimanendone necessariamente celato. 
In termini romantici parleremmo dell'unione con lo spirito della natura, con il Tutto che ci accoglie e da cui proveniamo; in termini esistenziali dovremmo parlare di inconscio, che riemerge dall'ombra della dimenticanza per divenire luce creativa al servizio dell'intero.

La poesia, col suo modo variegato e molteplice, costringe il fruitore ad osservare con strumenti diversi; anzi, ad utilizzare in maniera diversa i vecchi strumenti. E' lo sforzo necessario affinché emerga, nel modo dovuto, quanto altrimenti resterebbe celato.

Il potere evocativo di questo linguaggio si fa accadimento nel sogno, acquista una spazialità virtuale che coinvolge tutti i sensi, e oltrepassa i fastidiosi limiti dello storico approccio narrativo. Così facendo, il sogno si impone, provocando chi intende decodificarlo a riscoprire quella essenziale potenza cognitiva che abbiamo dimenticato di avere, e che ci appartiene essenzialmente. Solo così sarà possibile cogliere ciò che il linguaggio non è in grado di dire con le sole parole, ma che pur sempre espone.

Il cerchio si chiude intanto che il progresso tecnologico ci pone dinanzi allo specchio, invitandoci ad osservare la vita poeticamente, come si trattasse di un sogno.


E chiudo qui (sarebbe più corretto dire “apro”) con la domanda che pone R. Minello (Edusemiotica del virtuale) quando si chiede se, alla fine, non sia proprio questo l’impegno formativo che ci resta dopo Babele, dopo che abbiamo dimenticato che, una volta, tutta la Terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole, e la gente era “uno” (Genesi 11).