Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 29 agosto 2017

ControRacconto: il bel gioco della vita



Oggi Il Mio Blog è stato citato in un post di Elena Ferro come sito meritevole di interesse: sono venuta così a conoscenza della pratica nota nel web col nome di liebstermania, una sorta di premio-notorietà incluso in un gioco curioso che richiede ai premiati una reciprocità di attenzione.

Ho quindi deciso di ringraziare così, scrivendo un contro-racconto che possa mutare un amaro sorriso in un sorriso splendente.

 Di ispirazione il racconto di Elena: Uno strano scherzo del destino, che ho preferito immaginare così:


ControRacconto: il bel gioco della vita.


Goe e Gae, i loro nomi: due amici sinceri che amano fare e pensare, e sperimentano insieme occupazioni più varie. A volte altri Goi, da strade diverse, trascorrono anni, millenni o minuti insieme con loro, a fare e rifare, affinare e cambiare, sorridendo col volto e col cuore. Ogni dì una esperienza diversa, nel fiume, sui colli e tra rudi montagne, benedetti dal cielo e dal mare, nel percorso vivace del tempo che scorre.

Crono si ferma e li osserva, con cipiglio da re, curioso e ammaliato egli stesso da tanta beltà. Vulcano rallenta gli ardori e le piogge non scendono più torrenziali ma in dolce armonia, che sa di musica e cedro fragrante.
Tutto è incantato, tutto è magia, ed unisce più mondi in una sola visione di pace e di sana allegria.

Eccolo il gioco di chi sa giocare vivendo, perchè vivere è pura armonia, che sovrasta gli strappi e i rumori, che raccoglie i piccoli pezzi che a volte cadono tanto lontani.
Sentire la terra che chiama, vestita di verde e di rosso, vestita di fiori e profumi fragranti, carezzata dal sole e da zampe ruspanti di chi lì vi dimora.

Si cercano le anime sparse, e si ascoltano avvedendosi appena di questo mutuo giocare che trova e collega, che elabora e affina, che muove e conduce il cambiamento infinito.

La vita alimenta se stessa, accendendo quel brio che pure illumina l'aria.

Le regole scarne ma serie: evitare situazioni già note, osservare con animo aperto e lasciarsi stupire, rivolgere la propria attenzione a ciò che intanto succede, e a quanto si ha voglia di creare in ex novo

In ogni momento  quell'uscio è dischiuso, ad accogliere chi, un pò titubante oppure entusiasta, percorre quel viale con animo fresco.

Via via che scorrono i giorni aumentano le capacità sensoriali, s'amplia la mente ed i volti si coprono d'oro.
La canicola estiva si fa più tollerabile, e pure il rigido inverno diviene un amico, perchè stiepidito dall'energia della vita che pulsa.

Man mano crescono i Goi, si fanno più grandi e più forti, e divengono sempre più belli e più uniti, tanto che illuminano il pianeta infuocato che, pure, riceve vita da loro.

Succede così qualcosa di strano, che sconvolge studiosi e scienziati: si sono invertite le parti e la scienza ne rimane turbata... 

Ora è la Terra che illumina il sole, e ne diviene il fine causale: è Gea, madre di Goe e di Gae, amica dei Goi, che respira il sorriso che illumina il mondo.









mercoledì 23 agosto 2017

Abitare poeticamente


“[...] un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette […]”
(Hölderlin, Iperione)


Gli antichi greci definivano l'agire secondo due modalità: la prassi (πρᾶξις), intesa come azione fine a se stessa, che nello specifico designava l'agire morale, considerato come un fine esso stesso; e la tecnica (τέχνη), l'azione finalizzata, l'arte di agire per uno scopo, estensibile a tutti i campi in cui è dato all'uomo operare.

A partire dal XX secolo la definizione di tecnica - divenuta poi tecnologia - ha assunto la specifica accezione di strumentazione derivata dalla scienza e finalizzata alla produzione di beni.

Oggi utilizziamo l'espressione tecnologia per indicare strumenti destinati ad applicazioni specifiche, come può esserlo, ad esempio, la tecnologia informatica.

In sostanza si tratta di modalità del fare, e quindi del comunicare (l'una azione implica sempre l'altra), dalle specifiche proprietà e regole di utilizzo, che trovano applicazione in contesti svariati.

La moderna tecnologia, legata alla crescente informatizzazione della società, rende fruibili quelli che oggi sono definiti "i nuovi media", strumenti di comunicazione particolarmente complessi che sfruttano una eterogeneità di formati espressivi (la multimedialità implica l'utilizzo di molti media, appunto) attraverso cui veicolare i contenuti.
 E se è vero - e lo è - che la forma contribuisce a fare il contenuto, a costituirlo essenzialmente (chiedetelo pure a un romanziere!), va da sé che la fruizione di tali strumenti interviene nella percezione che abbiamo della esperienza stessa e nella nostra ulteriore interazione con essa, con gli altri, e con noi stessi.
Il nostro modo di "abitare il mondo", insomma, ne viene inevitabilmente condizionato.

La comunicazione digitale si evolve rapidamente, e quanto fino ad un decennio fa andava sotto la più ampia definizione di ipertestualità - la possibilità che ha un utente di connettere e richiamare tra loro informazioni in funzione di un personale percorso di apprendimento - oggi assume connotazione specifica, ed il diritto ad un esame precipuo.

Vengono così dedicati studi approfonditi all'analisi dei mondi virtuali, contesti realizzati attraverso interfaccia a 3D; al social networking, piattaforme destinate alla condivisione di informazioni tra utenti; al cosiddetto web 2.0, quella parte del web che presenta contenuti comuni costruiti da più utenti - come avviene in Flickr, YouTube, in Wikipedia o nei blog; al web 3.0, ossia all'idea di poter utilizzare i dati offerti dal web come si trattasse di un enorme data-base; all’e-learning, la formazione a distanza; all’e-government, l'interazione su internet tra cittadini, imprese ed amministrazioni; al web semantico, che comporta l’inclusione nei documenti web di informazioni su argomenti e concetti di cui essi stessi trattano, sulla loro categorizzazione e sulle relazioni con altri documenti (i metadati); ... Fino al wi-fi (wireless fidelity), alla possibilità cioè di connettersi a Internet senza cavi, attraverso apparecchi di vario genere (i famigerati devices).

Ed è qui che il lavoro dei semiotici si complica: mi riferisco alla disciplina che studia i segni e le loro relazioni, che osserva ed evidenzia la loro struttura superficiale e quella profonda, e che lo fa da qualche tempo dall'interno di una concezione "pragmatica" in linea con il pensiero di P. Watzlawich, intesa cioè in termini di operatività umana ed atti comunicativi.

La multimedialità ha così trasformato la concezione che la semiotica aveva del suo oggetto: un modo - e quindi un mondo, secondo l'assunto bachmanniano per cui "non è dato un mondo senza linguaggio" - che fino a poco più di un decennio fa era osservato come scrittura: un grande testo da osservare, analizzare e comprendere nella sua superficie, fatta di regole, connessioni e norme grammaticali, e nei significati impliciti operanti da un livello più profondo. 
Di base prevale la eredità wittgensteiniana secondo cui “la struttura del linguaggio rispecchia la struttura del mondo".

 Oggi questa modalità è superata: la scrittura viene integrata attraverso nuovi strumenti che sono in grado di coinvolgere tutti i nostri sensi: filmati, audio, interazioni sociali... Tutto è segno, e tutto è testo... Ma ad un livello più ampio, che non si limita più solo a rispecchiare la grammatica della scrittura.

La multimedialità comporta la capacità di una convergenza di linguaggi diversi, di forme di espressione e di contenuti differenti in una specifica strategia informativa attraverso quella che potremmo definire "una sincretizzazione di sistemi semiotici eterogenei".

In gioco abbiamo dunque una interazione effettuale di strumenti espressivi e percezioni multi sensoriali, la cui risultante è, per gli utenti, un modo diverso di percepire, di vivere e di condividere l'esperienza.

L'analitica si fa epistemologia, e si serve sempre più dei dati ricavati dalle neuroscienze e dai viaggi dei nuovi antropologi, uomini come Lindstrom, per intenderci, famoso branding specialist (il Time Magazine del 2009 lo ha inserito nella lista dei cento uomini più influenti del secolo) al soldo di potenti multinazionali, uomini che proprio come i primi esploratori delle civiltà altre - antropologi o missionari che fossero - viaggiano per il mondo soffermandosi a vivere per un pò presso le genti da studiare, al fine di riportarne notizia in patria.

L'antropologia culturale - lo studio dell'uomo nelle sue manifestazioni tecniche e in ciò che egli produce esprimendo se stesso - estende il proprio campo di indagine al territorio digitale e ai modi della sua fruizione, e quindi al modo in cui tutto ciò interviene ad orientare il nostro modo di pensare e di fare: il modo in cui l'uomo attuale percepisce l'esperienza, la produce e la trasmette in condivisione.

Le informazioni sull'Altro hanno sempre avuto un importante valore economico e politico, oltre che culturale. E così la nuova antropologia si rifà il look, e pure il nome, assurgendo agli spalti come web marketing nelle sue varie accezioni e modalità espressive, oltre che di analisi e profilazione.

Interessi conoscitivi ed interessi economici continuano ad andare a braccetto nel percorso dell’evoluzione umana riportandoci, paradossalmente, al punto di partenza, al fatto che un linguaggio complesso, esaustivo e multiforme, realizzato “in laboratorio” attraverso la progressione della tecnica, rispecchia la capacità percettiva e cognitiva più propria dell’essere umano, connaturata ed originale: la modalità multimediale del linguaggio onirico.

L’espressività onirica si nutre e compone del mondo che viviamo: oggetti e avvenimenti della nostra quotidianità, suoni e odori, istanze nostre e di chi incontriamo, ricordi e aspirazioni… Tutto si combina in un testo che è ipertesto: una dimensione virtuosa più che virtuale, perché ci dice di noi; e reale perché parte da noi ed è riferita a noi, perché prodotta dalla nostra personale esperienza per descriverne l'attualità.

Citerò un famoso frammento di Hölderlin, per spingermi un pochino oltre:

Voll verdienst, doch dichterisch, wohnet der Mensch auf dieser Erde

Ossia:

Pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra.

Il poeta tedesco coglieva nel linguaggio il limite e l'occasione: il dire non può esprimere a sufficienza ciò che ognuno di noi è realmente in grado di cogliere. La comunicazione più piena si fa ad altro livello, oltrepassando la logica e l'approccio analitico: ciò che Hölderlin definisce poesia.

La comunicazione poetica manifesta ciò che non è possibile dire, lo esibisce e consente così la percezione di quanto trascende la parola comune, rimanendone necessariamente celato. 
In termini romantici parleremmo dell'unione con lo spirito della natura, con il Tutto che ci accoglie e da cui proveniamo; in termini esistenziali dovremmo parlare di inconscio, che riemerge dall'ombra della dimenticanza per divenire luce creativa al servizio dell'intero.

La poesia, col suo modo variegato e molteplice, costringe il fruitore ad osservare con strumenti diversi; anzi, ad utilizzare in maniera diversa i vecchi strumenti. E' lo sforzo necessario affinché emerga, nel modo dovuto, quanto altrimenti resterebbe celato.

Il potere evocativo di questo linguaggio si fa accadimento nel sogno, acquista una spazialità virtuale che coinvolge tutti i sensi, e oltrepassa i fastidiosi limiti dello storico approccio narrativo. Così facendo, il sogno si impone, provocando chi intende decodificarlo a riscoprire quella essenziale potenza cognitiva che abbiamo dimenticato di avere, e che ci appartiene essenzialmente. Solo così sarà possibile cogliere ciò che il linguaggio non è in grado di dire con le sole parole, ma che pur sempre espone.

Il cerchio si chiude intanto che il progresso tecnologico ci pone dinanzi allo specchio, invitandoci ad osservare la vita poeticamente, come si trattasse di un sogno.


E chiudo qui (sarebbe più corretto dire “apro”) con la domanda che pone R. Minello (Edusemiotica del virtuale) quando si chiede se, alla fine, non sia proprio questo l’impegno formativo che ci resta dopo Babele, dopo che abbiamo dimenticato che, una volta, tutta la Terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole, e la gente era “uno” (Genesi 11).







sabato 29 luglio 2017

MAGIA

Siamo quasi in agosto, il sole é alto nel cielo, fa caldo, i fiumi sono in secca e i laghi, ci dicono, vengono sfruttati oltre misura. In molti parlano e sparlano, con grande agitazione, del cambiamento climatico, della gestione insostenibile delle risorse, della mancanza di cultura di una umanità suicida, avidamente ingorda di un malsano e poco chiaro concetto di "potere". 

Fa caldo, e in città gira ancora troppa gente, fastidiosa come nugoli di zanzare: ti ronzano intorno con i loro trabiccoli rombanti, appestano l'aria circostante con quel sibilo continuo che a momenti si fa piú acuto, e ti avvelenano con le loro punture... 

 Agosto é il mese delle vacanze per molte persone, é la cesura, il punto che separa il prima e il dopo per molte attività: quelle commerciali come quelle personali. E giù consuntivi, riflessioni e propositi futuri. Uno sguardo nostalgico al passato ed un'occhiata speranzosa a quanto verrà. 

 Si parte o si resta, e a volte si parte restando, secondo il noto tormentone del "tutto cambia e nulla cambia".
 In attesa della pioggia, che laverà finalmente le strade e rinfrescherà l'aria, snebbiandoci la mente. 

 L'inganno dello scorrere del tempo è seducente: semplifica la nostra esistenza, celando tra i passaggi l'urgenza del presente che, invece, reclama l'onestà verso se stessi. Siamo tutti qui e adesso, occupando spazio a volte con la leggerezza di chi non vede cosa fa. 

Gli addetti ai lavori parlano di "stato alterato di coscienza", o semplicemente di "ipnosi": si tratta del fenomeno per cui, intanto che penso a qualche cosa, non mi rendo conto di ciò che sto facendo. 
 Non servono pendagli che catturano, ondulando, le pupille della vittima di turno.

 Lo facciamo anche da soli, concentrando l'attenzione in una certa direzione a scapito di altre.

 Insomma, siete sempre consapevoli di ispirare ed espirare? O di star utilizzando la forchetta, mentre dialogate ad un convito? Ricordate sempre, la mattina, dov'è che avete parcheggiato il giorno prima?

 La distrazione è una gran bella fregatura! 

 Tempo fa ero a casa di amici, ed assistevo alla performance di un cosiddetto mago: era un giovane prestigiatore, un formidabile illusionista! 

 E di illusione si tratta, quando vediamo solo quanto ci inducono a vedere, essendo il resto scientemente messo in ombra.

 Dai femminicidi agli attentati terroristici; dalle balene blu alle epidemie di mali necessari perché si distribuiscano vaccini; dagli incendi (dolosi, dolosissimi) all'emergenza idrica; dai bonus del governo (dovremmo dire boni, essendo plurale, ma gli usi della lingua ne modificano un pò i modi...)  alla questione dei migranti; dalle bufale in rete alla tracotanza dell'Agcom; dai rinnovati conflitti in Medioriente alla crisi della Humanitas ...

... Fino alla intollerabile tolleranza a tutto da parte di tutti!

 Pluralismo e molteplicità: l'arcobaleno simultaneo in ogni dove confonde un pó lo sguardo e ci lascia frastornati.

 Platone sosteneva che la democrazia, nella sua forma esasperata, conduce diretta ad uno stato di anarchia, perfetta mangiatoia del deprecabile tiranno... Concetto poi ripreso da Rousseau, laddove, secondo il suo parere, "soltanto un popolo di déi potrebbe dare vita ad una società realmente democratica" (Il Contratto Sociale). 

Possiamo dare loro torto?

 Nella sua Costituzione (opera nota, per errore di traduzione, con il titolo "La Repubblica"), era  sempre Platone quello che, con polemico fervore, riteneva intollerabile "l'idea che un ciabattino fosse libero di presenziare in assemblea dettando leggi". 

Ma attenzione: ciò cui qui si fa allusione va compreso nel suo contesto originale: ai tempi di Platone, solo i più abbienti riuscivano a raggiungere gli strumenti necessari ad educarsi, forgiando la ragione ed affinando la coscienza. 

 Se ad una persona ignorante (nel senso originale di incompetente ed inesperto) fosse lecito imporre la propria volontà - per dirla in breve e prevenire così possibili accuse di snobismo - questi potrebbe, a causa di limitazioni personali, non saper valutare in modo saggio certe scelte, commettendo errori deplorevoli e mancando di rispetto a tanti altri... 

 Il rispetto: la capacità di vedere se stessi insieme agli altri; la capacità essenziale di riconoscere un valore oltre se stessi, negli altri o in qualche cosa.

 Rispetto: il protagonista assente che, in questi giorni più che mai, invocato a gran voce, non riesce ad apparire.

 L'illusionista gioca con chi, scientemente, ha deciso di partecipare ad una festa per il piacere di lasciarsi stupire, e per mettere alla prova un pò se stesso.

 Lo spettatore si lascia giocare, rispettato, nel rispetto di se stesso e di chi é deputato a intrattenerlo. 

 Vi sono professionisti di altro tipo, però, che elargiscono il prestigio in malafede, protetti dal fumo che hanno sparso tra le quinte. 

Essi dirottano forzando, e la distrazione, nel finale, andrà pagata: lo scopo di stupire è divenuto abbindolare attraverso i piani del momento.

 Tra questi, poi, ve ne sono di più rozzi, la cui pochezza lascia intravedere il telaio sottostante, sabotando da se stessi l'efficacia dello slancio. 

 La mancanza di rispetto, in tal modo chiaramente dimostrata, rispettosamente, riceve il benvenuto equivalente da chi di distrarsi non ha voglia. 

La mancanza di riguardo - dovuta ad ignoranza o a perfida ignominia - corrisposta col dispregio, svanisce infine a buona posta nell'assenza attraverso definitiva disconferma:

 Non ti vedo e non ti sento; tu, per me, semplicemente non esisti.






venerdì 14 luglio 2017

ESTREMO







Metti che sei in un isola di poco più di 20 km di lunghezza e 30 di larghezza. E che ti trovi a 4000 km dalla città in cui solitamente vivi, su questo pezzetto di terra e roccia in mezzo alle grosse onde oceaniche, sempre schiaffeggiata dal vento...

Qui nemmeno l'idea di cosa sia il sovraffollamento, il traffico, lo smog asfissiante; qui non ci sono squillanti e inopportune sveglie al mattino, a ricordarti le varie tappe che ti scandiscono il giorno; qui non c'é la fila dal benzinaio (ce ne sono due per miracolo), e non devi prendere il ticket per fare i tuoi acquisti. 
Un ambiente limitato, con pochi abitanti e pochissime risorse.
Circondato dall'acqua piú blu che abbia mai visto finora.

Metti che é notte e che ti ritrovi su uno sperone di roccia a 6 metri dall'acqua scura, che romba e soffia sotto di te, gonfiando e trascinandosi gravemente sugli scogli sottostanti, e ti stai destreggiando (male, per la verità) con una canna da pesca molto lunga, leggera si, ma comunque di faticosa gestione, intanto che le ventate la spostano e sembrano volertela togliere di mano.
Spegni la lampada e osserva.
Ti accorgerai che non esiste la notte buia, ma un chiarore diffuso che rende tutto realmente visibile: vedi le pietre, gli oggetti, vedi gli occhi brillanti dei grossi pesci pelagici che navigano lì intorno; vedi la riccia barba spumosa delle onde che si espande quando incontra la costa...

E tu sei lì in mezzo al nulla, come direbbero alcuni, ma assolutamente al centro di tutto.

Il frastuono del vento e del mare coprono i suoni di chi sta cercando di dirti qualcosa, poco piú indietro, e ti accorgi che il cielo é un pó roseo, nonostante sia giá tarda notte. 
Il tuo amico ha esultato, e ora si affanna nel portare su un grosso pesce, che lotta per salvare la sua libertá, e con essa la propria vita.

Tu non hai pescato un granché, ma non conta: sei dentro lo spettacolo e te la stai godendo alla grande!

Poso la canna e mi stendo sul dorso: la roccia é dura e piena di asperità che la rendono tutt'altro che comoda. Ora ho gli occhi diretti verso il cielo e ravviso l'origine di quel chiarore: ci sono miriadi di stelle lassú, sembrano brillanti di vario taglio, cuciti in ordine sparso su un lungo drappo elegante, esteso all'infinito.

Lascio penzolare liberamente i miei piedi nel vuoto, mentre guardo lassú, e non ho davvero bisogno di altro. Penso alla cittá da cui sono arrivata, e a quanto sembra lontano da qui quel mio modo di accompagnarmi alla vita.












domenica 9 luglio 2017

PAURA?

Oggi, per la prima volta, ho sentito parlare del Gatto Mammone: un gatto enorme e cattivo che, nell'immaginario collettivo, trascorre il suo tempo a spaventare bambini. 
L'equivalente di quell'Uomo Nero con cui, quando ero bambina, la nonna paterna mi stuzzicava, cercando di creare un'atmosfera un po' noir nella mia giovane esistenza - atmosfera per nulla necessaria.

In effetti, anche allora ero un pó piantagrane, tanto da porre domande che, a volte, venivano sviate con maldestra diplomazia.

Insomma, io lo capivo che stavano facendo melina!

Cosí, ogni volta che provavo a ricavare qualche particolare in più sul fantomatico Uomo Nero, non c'era nulla da fare.
Sapevo solo che arrivava col buio per rapire i bambini cattivi.

Non mi risultava di essere mai stata una bambina cattiva, o almeno, non mi ci sono mai sentita, così continuavo a giocare su quel pavimento di marmo lucido, pieno di venature multicolori, senza neanche un sussulto. 

Però ero curiosa (che novità, eh?): ma come era fatto questo Uomo Nero? E che ne faceva dei bambini rapiti?
Riuscivo solo a immaginarlo come un'ombra, un'ombra che si confonde nel buio.

Nella casa dei nonni c'era una piccola stanza adibita ad armadio. Lì erano custodite le giacche dei visitatori, quelle degli abitanti della casa, e vi erano anche una serie di bastoni da passeggio, quelli che usava il nonno. Avevano tutti il pomello intarsiato: una vera eleganza. 

Quando si apriva la porta di legno, si accendeva automaticamente la luce interna. Ma quando la porta era chiusa, io lo sapevo che lì dentro era buio... Non filtrava nessuna luce!

... Chissà se era lì che si nascondeva l'uomo nero, in attesa, come le giacche di tutti noi. D'altronde non ne parlava mai nessuno, tranne la nonna, quindi doveva vivere proprio a casa sua.

Fu così che cominciai ad aver sempre meno voglia di andarla a trovare...

Al tempo della mia infanzia, gli adulti usavano impaurire i bambini con storie raccapriccianti: era un modo facile di tenerli in pugno. 
Un modo sleale. 

Se tu hai paura diventi fragile, non ragioni piu', e agisci senza fiatare secondo i dettami che ti vengono imposti.
E come discutere la sapienza degli adulti? Ci sono da più tempo di te; sanno cose che tu potrai sapere solo "quando sarai grande"; sono loro a presentarti il mondo, sin dall'inizio.

Vincono loro per forza. E con la forza, purtroppo, a volte.

Così, nella vita adulta, si procrastinano le stesse dinamiche per legittimare gli abusi: tu sei piccolo, ne sai poco, ed io ti proteggo ammonendoti.

 La forza si impone sull'ignoranza, ed ottiene consenso per illusoria ammirazione.

Quando sei piccolo gli adulti sembrano tutti dei sapientoni! Lo stesso accade quando sei piccolo dentro, pure in età adulta, o quando hai accettato di sentirti tale grazie al lungo lavoro di propaganda subito negli anni.

E poi la paura... I neuroscienziati hanno dimostrato quanto sia paralizzante questa emozione per l'uomo: blocca la creatività, e inibisce il pensiero critico; la sensazione di impotenza dinanzi al pericolo rende idioti - nel senso greco del termine, ossia ti isola in una sorta di monade, nascondendo alla tua coscienza la plancia di controllo. 
Finisci quindi per aggrapparti ai "suggerimenti" che ti arrivano.

E poi sento parlare del Gatto Mammone. Il nome é meno sfuggente del "cattivo" dei tempi andati, e l'immaginazione mi rimanda al grasso e pigro gatto mangiatore di lasagne, il vecchio, caro, morbido e insofferentissimo Garfield. 

Come evitarlo? Da almeno 15 anni, questo fumetto, mantiene il primato tra le strisce piú pubblicate nel mondo!

Ma non ci siamo, quindi riprovo e penso all'altrettanto famoso Stregatto di Alice, quello un pó strambo, che appare e scompare col suo ghigno misterioso... E adesso sì che mi avvicino!

Una ricerca su internet mi viene in aiuto: Carroll, per la sua creazione, si era ispirato alla tradizione popolare che paventava la presenza di gatti enormi e giganti che infestavano le campagne inglesi nei tempi antichi, e con intenzionale crudeltà, terrorizzavano i poveri allevatori di bestiame, anche grazie al loro potere di apparire e sparire.

 Raffigurazioni di questi spiriti malevoli ce ne erano un pò ovunque, ai suoi tempi, cosí Luiss decise di diffonderne la fama addomesticandola un pó...

La leggenda del Gatto Mammone sembra risalire ai tempi dei fenici, o degli antichi egizi, quando i gatti erano considerati di natura divina, ed erano tenuti per simboli di fertilità (Amon). 

Nel medioevo, però, l'autoritarismo cristiano bandì i culti pagani, ed ecco che Ammone fu identificato con l'idea del demoniaco.
Niente allegria, dunque, ma il terrore che viene dall'indefinito, ancora una volta.

E di nuovo utilizzato nelle "famiglie perbene" per sottomettere con la paura la mente ingenua di chi dovrebbero, invece, aiutare a crescere.

Paura, pericolo, obbedienza, salvezza: le mura che chiudono le nostre prigioni. E pensare che nascono nell'ombra, e si rinforzano ad ogni passaggio di quella che é definita con orgoglio "la trasmissione della cultura popolare".

La tradizione: ció che, alla fine, piú che esser tràdito, tradìsce. Tradisce attraverso la fiducia di chi ha l'abitudine di non fare verifiche: un modo sciocco di percorrere l'esistenza che molto spesso ci fa tornare piccini.

Ma il gatto é un animale con caratteristiche proprie: è indipendente, si fa gli affari suoi approfittando della disponibilità di chi lo accudisce, che ne risulta, quindi - sia pure inconsapevolmente - asservito. Bulgakov, nel suo capolavoro "Il Maestro e Margherita" lo ha rappresentato come individuo furbo, presuntuoso e parecchio viscido: un lacché tutto orientato ai suoi scopi.

Non me ne vogliano gli amanti dei gatti, ma se applichiamo la riflessione pragmatica, tocca convenirne: questi animali ti si strusciando addosso per un pò di coccole o per chiedere cibo, ti si appiccicano per scaldarsi quando é freddo... E tutto solo in cambio di qualche ronzio fusaiolo?!?

Quindi, "un gatto gigante" un pò si, dovrebbe spaventarmi.

Quanto al "mammone".... Si tratta di un'espressione che la dice lunga in merito alla possibilità di crescita, di conquista dell'indipendenza, e dell'evoluzione personale.

Quindi, signori miei, se nei vostri sogni doveste incontrare uno o piú gatti, girate loro alla larga, perché c'è una fregatura in arrivo.

Se invece vi imbattete in un gatto mammone, allora svegliatevi subito, perché é tempo di crescere!















venerdì 7 luglio 2017

OGGI AL PONTAO

Un manto compatto di acqua blu, onde possenti che si srotolano fino a svanire, sferzate dal vento, tra nubi scure ed il sole accecante. Una piccola isola galleggia con la sua terra e le polveri rosse in questa onda di vita: sono di nuovo alla ilha do Sal, avvolta dai colori e dalla luce pungente, tra suoni stranieri cui ormai ho fatto l'orecchio. 

Porto con me la nomea del turista, lo so e me ne dolgo, ma non posso evitarlo: sono chiara di pelle, ho capelli sottili, indosso vestiti ordinati e puliti, e mi sorprendo davanti a situazioni che, in questo ambiente, sono normali e fin troppo scontate. 

Me lo dicono i loro volti, ed il modo in cui si guardano a vicenda mentre sorrido stupita. 

Oggi ho trascorso del tempo al pontao, il molo di S.Maria, quello da cui muove la gran parte dei pescatori. Le barche sono ormeggiate a varie distanze, sospese su un velo d'acqua celeste; qui c'è l'unica spiaggia, é lunga e dorata, la principale attrazione per i turisti. In molti vengono a fare il bagno, lunghe e piacevoli camminate, fanno giocare in sicurezza i bambini... 


E nonostante il via vai dei motori, l'acqua é sempre cristallina e invitante.

Molti ragazzi si tuffano urlando direttamente dal molo, a sorpresa, anche vestiti. E quando risalgono scrollano quelle teste scure,  piene di ricci arruffati, secondo il modo che usano qui, ed è sorprendente vedere i folti capelli che rimangono asciutti, come se l'acqua non potesse arrivare a toccarli.

I pescatori salpano presto al mattino, e per la mezza inizia il graduale rientro: il sole sul dorso e le barche piene di pesce.
 L'attracco é da artisti: si avvicinano al molo uno alla volta, la ciurma tiene la barca vicino alla stretta scalinata di ferro, e rapidamente libera il carico: un veloce passaggio di attrezzi, di secchi, zaini e buste con le esche rimaste.

 Poi tocca al pescato. In questi giorni arrivano tonni, grossi e sodi, sembrano lí lí per scoppiare, tutti tirati in quella pelle dura. Dalla barca li sollevano e via, li lanciano uno per uno sul molo, oltre le scale, in alto. Ad accoglierli, lo stupore e il compiacimento di molti, nel brulichio di persone: gli amici, i turisti, i curiosi, e chi é lí per affari.

Non c'é il porto qui, e non intendono farlo: questa spiaggia chiama i turisti!

A quel punto tutto corre veloce: si stringono le persone verso il pescato, mentre la ciurma lo sposta sul lato piú sgombro, vicino al bordo, e con secchiate d'acqua marina lo lava e lo rinfresca, intanto che inizia a pulirlo. 

Via le interiora, in un secchio; le pinne e la testa sono messe da parte, destinate a chi vuol farne la zuppa. Una bella incisione con la lama affilata ferisce la coda, per consentirne la pesa con il corpo all'in giú. 

Il cerchio di persone intorno si stringe: tra gli stranieri che scattano foto e i sorrisi di chi osserva la scena, ci sono  coloro che valutano l'acquisto da fare. C'è chi lavora nei ristoranti, le grosse donne dai colori sgargianti che si fanno avanti con le ciotole larghe su cui esporranno il pesce da vedere agli altri, e timidi o furbi acquirenti in attesa.

Ci sono anch'io, in questo vortice umano, frastornata dai suoni e dai colori accesi delle vesti di queste badere, che stringono lunghi affilati coltelli come fossero oggetti qualsiasi, e stanno lí tra la gente, urlandosi una con l'altra, nel loro stridulo idioma, frasi spezzate, combinate a risate o ad espressioni di rabbia. 

Tutto è deciso: mani passano soldi, mani ne prendono; carte piegate di vari colori danno valore alla fatica del giorno; vanno e vengono, per svanire nelle tasche di pantaloni strappati e consunti, o negli ampi grembiuli di quelle donne cosí tanto agguerrite. 

Ho visto una banconota volare per aria, sospinta dal vento impietoso, rotolare in terra tra le travi di legno consunte, tra i sandali e i piedi di tante persone, fino a bloccarsi sotto il piede di chi l'aveva inseguita annaspando. 
Finalmente l'uomo rideva, e con lui gli sbalorditi individui d'intorno.

Duemila scudi: l'equivalente di venti euro. Il prezzo di un tonno da dieci kg.

Il prezzo riconosciuto alla fatica e alla sapienza di chi vive sul mare, muovendo con barche di legno di media e piccola taglia. Il prezzo riconosciuto ad un antico vivente, sottratto al suo mondo di acqua perché la sopravvivenza lo impone.

La scena era ferma, i sorrisi, i volti tirati... Allora mi sono chinata e ho raccolto quel pezzo di carta, e sono stata felice di consegnarlo a colui che lo aveva quasi perduto.

Come le onde oceaniche, la vita sul pontao prende forza, si accalca e si scioglie, spingendo con forte tenacia chiunque sia lí. Una forte corrente di gesti, di suoni e di odori muove scomposta sotto il dominio infuocato del sole, a tratti placato dal vento che, fresco, soffia sempre sul mare.

Io ora mi trovo qui, nella semplicità quotidiana della faticosa esistenza dell'uomo.









venerdì 30 giugno 2017

ESSERE LEADER



In questi mesi sono stata impegnata nello studio del Leanthinking, una metodologia di progettazione della produttività (come organizzare ciò che mi conviene fare per raggiungere l'obbiettivo prefissato) che si fonda su due principi sostanziali: dichiarare guerra agli sprechi, e ottimizzare al meglio le prestazioni.

Per dirla in modo facile, uno spreco è un uso improprio di risorse: quelle disponibili, come beni e servizi; ma soprattutto le nostre, quelle personali.

Il punto è che lo spreco di beni dipende soprattutto dal modo in cui utilizziamo le nostre capacità: dal modo in cui le sviluppiamo, le affiniamo e le contestualizzato all'ambiente di azione.

Alle grandi organizzazioni, in oriente prima che in occidente, questo è divenuto ben chiaro, tant'è che i processi formativi rispettano l'assunto di base per cui il fare degli uni ha sempre ripercussioni sul fare degli altri.

Così, la consulenza aziendale che alcuni anni fa era orientata direttamente sul team, oggi sta muovendo, con convinzione sempre maggiore, in direzione dei singoli individui, in supervisione, ed eventuale revisione, dei modi e delle motivazioni che sottostanno alle azioni.

La scienza ci informa che una buona percentuale delle nostre azioni, a differenza di quanto crediamo, non è dovuta a scelte operate consapevolmente, ma ad abitudini comportamentali, rinforzatesi via via con la prassi fino a diventare automatiche, e ad imporsi all'attore in contesti svariati, anche laddove non saranno garanzia di successo: ha funzionato una volta, e quindi torno a servirsene ancora.

Veniamo agiti, insomma, da routine non sempre ottimali: una incoscienza dagli esiti a volte nefasti per noi e per chiunque è connesso. Routine che sono liberamente osservabili, modificabili, eliminabili, oppure eseguite. A noi spetta la scelta: se utilizzare le nostre risorse per ottimizzarne la resa, o ignorare gli sprechi che, a partire proprio dalle nostre persone, si propagano ovunque.

Ho recentemente discusso la tesi di un master in Project Management: un lavoro incentrato sulla leadership, sulla formazione, sulla consulenza e sulle scelte ottimali, presentate in un'ottica di confronto tra la cultura orientale, che fonda se stessa su una capacità di visione analogica degli eventi, osservati in modo sistemico e relazionale ad ampio raggio; e quella occidentale, che invece erge il pensiero razionale ad unico strumento di conoscenza.

Insieme con i principi teorici ho presentato un caso di consulenza aziendale accaduto di fresco qui in occidente, condotto però con un approccio innovativo di Auditing teso a rilevare e revisionare i processi mentali inconsci e ripetitivi.

 Tutto si gioca sulle scelte che l'individuo fa per se stesso. E questo è il motivo per cui, nel mio lavoro, ho assimilato la leadership ad un fenomeno culturale, ad uno stile di vita.

Per chi volesse saperne di più, ecco il link:




Colgo l'occasione per ringraziare il prof. Paragano che, in veste di relatore, ha seguito lo sviluppo del mio lavoro con attenzione e curiosità, ed il dott. Bernabei, professionista della consulenza e dell'amicizia.