Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

venerdì 14 luglio 2017

ESTREMO







Metti che sei in un isola di poco più di 20 km di lunghezza e 30 di larghezza. E che ti trovi a 4000 km dalla città in cui solitamente vivi, su questo pezzetto di terra e roccia in mezzo alle grosse onde oceaniche, sempre schiaffeggiata dal vento...

Qui nemmeno l'idea di cosa sia il sovraffollamento, il traffico, lo smog asfissiante; qui non ci sono squillanti e inopportune sveglie al mattino, a ricordarti le varie tappe che ti scandiscono il giorno; qui non c'é la fila dal benzinaio (ce ne sono due per miracolo), e non devi prendere il ticket per fare i tuoi acquisti. 
Un ambiente limitato, con pochi abitanti e pochissime risorse.
Circondato dall'acqua piú blu che abbia mai visto finora.

Metti che é notte e che ti ritrovi su uno sperone di roccia a 6 metri dall'acqua scura, che romba e soffia sotto di te, gonfiando e trascinandosi gravemente sugli scogli sottostanti, e ti stai destreggiando (male, per la verità) con una canna da pesca molto lunga, leggera si, ma comunque di faticosa gestione, intanto che le ventate la spostano e sembrano volertela togliere di mano.
Spegni la lampada e osserva.
Ti accorgerai che non esiste la notte buia, ma un chiarore diffuso che rende tutto realmente visibile: vedi le pietre, gli oggetti, vedi gli occhi brillanti dei grossi pesci pelagici che navigano lì intorno; vedi la riccia barba spumosa delle onde che si espande quando incontra la costa...

E tu sei lì in mezzo al nulla, come direbbero alcuni, ma assolutamente al centro di tutto.

Il frastuono del vento e del mare coprono i suoni di chi sta cercando di dirti qualcosa, poco piú indietro, e ti accorgi che il cielo é un pó roseo, nonostante sia giá tarda notte. 
Il tuo amico ha esultato, e ora si affanna nel portare su un grosso pesce, che lotta per salvare la sua libertá, e con essa la propria vita.

Tu non hai pescato un granché, ma non conta: sei dentro lo spettacolo e te la stai godendo alla grande!

Poso la canna e mi stendo sul dorso: la roccia é dura e piena di asperità che la rendono tutt'altro che comoda. Ora ho gli occhi diretti verso il cielo e ravviso l'origine di quel chiarore: ci sono miriadi di stelle lassú, sembrano brillanti di vario taglio, cuciti in ordine sparso su un lungo drappo elegante, esteso all'infinito.

Lascio penzolare liberamente i miei piedi nel vuoto, mentre guardo lassú, e non ho davvero bisogno di altro. Penso alla cittá da cui sono arrivata, e a quanto sembra lontano da qui quel mio modo di accompagnarmi alla vita.












domenica 9 luglio 2017

PAURA?

Oggi, per la prima volta, ho sentito parlare del Gatto Mammone: un gatto enorme e cattivo che, nell'immaginario collettivo, trascorre il suo tempo a spaventare bambini. 
L'equivalente di quell'Uomo Nero con cui, quando ero bambina, la nonna paterna mi stuzzicava, cercando di creare un'atmosfera un po' noir nella mia giovane esistenza - atmosfera per nulla necessaria.

In effetti, anche allora ero un pó piantagrane, tanto da porre domande che, a volte, venivano sviate con maldestra diplomazia.

Insomma, io lo capivo che stavano facendo melina!

Cosí, ogni volta che provavo a ricavare qualche particolare in più sul fantomatico Uomo Nero, non c'era nulla da fare.
Sapevo solo che arrivava col buio per rapire i bambini cattivi.

Non mi risultava di essere mai stata una bambina cattiva, o almeno, non mi ci sono mai sentita, così continuavo a giocare su quel pavimento di marmo lucido, pieno di venature multicolori, senza neanche un sussulto. 

Però ero curiosa (che novità, eh?): ma come era fatto questo Uomo Nero? E che ne faceva dei bambini rapiti?
Riuscivo solo a immaginarlo come un'ombra, un'ombra che si confonde nel buio.

Nella casa dei nonni c'era una piccola stanza adibita ad armadio. Lì erano custodite le giacche dei visitatori, quelle degli abitanti della casa, e vi erano anche una serie di bastoni da passeggio, quelli che usava il nonno. Avevano tutti il pomello intarsiato: una vera eleganza. 

Quando si apriva la porta di legno, si accendeva automaticamente la luce interna. Ma quando la porta era chiusa, io lo sapevo che lì dentro era buio... Non filtrava nessuna luce!

... Chissà se era lì che si nascondeva l'uomo nero, in attesa, come le giacche di tutti noi. D'altronde non ne parlava mai nessuno, tranne la nonna, quindi doveva vivere proprio a casa sua.

Fu così che cominciai ad aver sempre meno voglia di andarla a trovare...

Al tempo della mia infanzia, gli adulti usavano impaurire i bambini con storie raccapriccianti: era un modo facile di tenerli in pugno. 
Un modo sleale. 

Se tu hai paura diventi fragile, non ragioni piu', e agisci senza fiatare secondo i dettami che ti vengono imposti.
E come discutere la sapienza degli adulti? Ci sono da più tempo di te; sanno cose che tu potrai sapere solo "quando sarai grande"; sono loro a presentarti il mondo, sin dall'inizio.

Vincono loro per forza. E con la forza, purtroppo, a volte.

Così, nella vita adulta, si procrastinano le stesse dinamiche per legittimare gli abusi: tu sei piccolo, ne sai poco, ed io ti proteggo ammonendoti.

 La forza si impone sull'ignoranza, ed ottiene consenso per illusoria ammirazione.

Quando sei piccolo gli adulti sembrano tutti dei sapientoni! Lo stesso accade quando sei piccolo dentro, pure in età adulta, o quando hai accettato di sentirti tale grazie al lungo lavoro di propaganda subito negli anni.

E poi la paura... I neuroscienziati hanno dimostrato quanto sia paralizzante questa emozione per l'uomo: blocca la creatività, e inibisce il pensiero critico; la sensazione di impotenza dinanzi al pericolo rende idioti - nel senso greco del termine, ossia ti isola in una sorta di monade, nascondendo alla tua coscienza la plancia di controllo. 
Finisci quindi per aggrapparti ai "suggerimenti" che ti arrivano.

E poi sento parlare del Gatto Mammone. Il nome é meno sfuggente del "cattivo" dei tempi andati, e l'immaginazione mi rimanda al grasso e pigro gatto mangiatore di lasagne, il vecchio, caro, morbido e insofferentissimo Garfield. 

Come evitarlo? Da almeno 15 anni, questo fumetto, mantiene il primato tra le strisce piú pubblicate nel mondo!

Ma non ci siamo, quindi riprovo e penso all'altrettanto famoso Stregatto di Alice, quello un pó strambo, che appare e scompare col suo ghigno misterioso... E adesso sì che mi avvicino!

Una ricerca su internet mi viene in aiuto: Carroll, per la sua creazione, si era ispirato alla tradizione popolare che paventava la presenza di gatti enormi e giganti che infestavano le campagne inglesi nei tempi antichi, e con intenzionale crudeltà, terrorizzavano i poveri allevatori di bestiame, anche grazie al loro potere di apparire e sparire.

 Raffigurazioni di questi spiriti malevoli ce ne erano un pò ovunque, ai suoi tempi, cosí Luiss decise di diffonderne la fama addomesticandola un pó...

La leggenda del Gatto Mammone sembra risalire ai tempi dei fenici, o degli antichi egizi, quando i gatti erano considerati di natura divina, ed erano tenuti per simboli di fertilità (Amon). 

Nel medioevo, però, l'autoritarismo cristiano bandì i culti pagani, ed ecco che Ammone fu identificato con l'idea del demoniaco.
Niente allegria, dunque, ma il terrore che viene dall'indefinito, ancora una volta.

E di nuovo utilizzato nelle "famiglie perbene" per sottomettere con la paura la mente ingenua di chi dovrebbero, invece, aiutare a crescere.

Paura, pericolo, obbedienza, salvezza: le mura che chiudono le nostre prigioni. E pensare che nascono nell'ombra, e si rinforzano ad ogni passaggio di quella che é definita con orgoglio "la trasmissione della cultura popolare".

La tradizione: ció che, alla fine, piú che esser tràdito, tradìsce. Tradisce attraverso la fiducia di chi ha l'abitudine di non fare verifiche: un modo sciocco di percorrere l'esistenza che molto spesso ci fa tornare piccini.

Ma il gatto é un animale con caratteristiche proprie: è indipendente, si fa gli affari suoi approfittando della disponibilità di chi lo accudisce, che ne risulta, quindi - sia pure inconsapevolmente - asservito. Bulgakov, nel suo capolavoro "Il Maestro e Margherita" lo ha rappresentato come individuo furbo, presuntuoso e parecchio viscido: un lacché tutto orientato ai suoi scopi.

Non me ne vogliano gli amanti dei gatti, ma se applichiamo la riflessione pragmatica, tocca convenirne: questi animali ti si strusciando addosso per un pò di coccole o per chiedere cibo, ti si appiccicano per scaldarsi quando é freddo... E tutto solo in cambio di qualche ronzio fusaiolo?!?

Quindi, "un gatto gigante" un pò si, dovrebbe spaventarmi.

Quanto al "mammone".... Si tratta di un'espressione che la dice lunga in merito alla possibilità di crescita, di conquista dell'indipendenza, e dell'evoluzione personale.

Quindi, signori miei, se nei vostri sogni doveste incontrare uno o piú gatti, girate loro alla larga, perché c'è una fregatura in arrivo.

Se invece vi imbattete in un gatto mammone, allora svegliatevi subito, perché é tempo di crescere!















venerdì 7 luglio 2017

OGGI AL PONTAO

Un manto compatto di acqua blu, onde possenti che si srotolano fino a svanire, sferzate dal vento, tra nubi scure ed il sole accecante. Una piccola isola galleggia con la sua terra e le polveri rosse in questa onda di vita: sono di nuovo alla ilha do Sal, avvolta dai colori e dalla luce pungente, tra suoni stranieri cui ormai ho fatto l'orecchio. 

Porto con me la nomea del turista, lo so e me ne dolgo, ma non posso evitarlo: sono chiara di pelle, ho capelli sottili, indosso vestiti ordinati e puliti, e mi sorprendo davanti a situazioni che, in questo ambiente, sono normali e fin troppo scontate. 

Me lo dicono i loro volti, ed il modo in cui si guardano a vicenda mentre sorrido stupita. 

Oggi ho trascorso del tempo al pontao, il molo di S.Maria, quello da cui muove la gran parte dei pescatori. Le barche sono ormeggiate a varie distanze, sospese su un velo d'acqua celeste; qui c'è l'unica spiaggia, é lunga e dorata, la principale attrazione per i turisti. In molti vengono a fare il bagno, lunghe e piacevoli camminate, fanno giocare in sicurezza i bambini... 


E nonostante il via vai dei motori, l'acqua é sempre cristallina e invitante.

Molti ragazzi si tuffano urlando direttamente dal molo, a sorpresa, anche vestiti. E quando risalgono scrollano quelle teste scure,  piene di ricci arruffati, secondo il modo che usano qui, ed è sorprendente vedere i folti capelli che rimangono asciutti, come se l'acqua non potesse arrivare a toccarli.

I pescatori salpano presto al mattino, e per la mezza inizia il graduale rientro: il sole sul dorso e le barche piene di pesce.
 L'attracco é da artisti: si avvicinano al molo uno alla volta, la ciurma tiene la barca vicino alla stretta scalinata di ferro, e rapidamente libera il carico: un veloce passaggio di attrezzi, di secchi, zaini e buste con le esche rimaste.

 Poi tocca al pescato. In questi giorni arrivano tonni, grossi e sodi, sembrano lí lí per scoppiare, tutti tirati in quella pelle dura. Dalla barca li sollevano e via, li lanciano uno per uno sul molo, oltre le scale, in alto. Ad accoglierli, lo stupore e il compiacimento di molti, nel brulichio di persone: gli amici, i turisti, i curiosi, e chi é lí per affari.

Non c'é il porto qui, e non intendono farlo: questa spiaggia chiama i turisti!

A quel punto tutto corre veloce: si stringono le persone verso il pescato, mentre la ciurma lo sposta sul lato piú sgombro, vicino al bordo, e con secchiate d'acqua marina lo lava e lo rinfresca, intanto che inizia a pulirlo. 

Via le interiora, in un secchio; le pinne e la testa sono messe da parte, destinate a chi vuol farne la zuppa. Una bella incisione con la lama affilata ferisce la coda, per consentirne la pesa con il corpo all'in giú. 

Il cerchio di persone intorno si stringe: tra gli stranieri che scattano foto e i sorrisi di chi osserva la scena, ci sono  coloro che valutano l'acquisto da fare. C'è chi lavora nei ristoranti, le grosse donne dai colori sgargianti che si fanno avanti con le ciotole larghe su cui esporranno il pesce da vedere agli altri, e timidi o furbi acquirenti in attesa.

Ci sono anch'io, in questo vortice umano, frastornata dai suoni e dai colori accesi delle vesti di queste badere, che stringono lunghi affilati coltelli come fossero oggetti qualsiasi, e stanno lí tra la gente, urlandosi una con l'altra, nel loro stridulo idioma, frasi spezzate, combinate a risate o ad espressioni di rabbia. 

Tutto è deciso: mani passano soldi, mani ne prendono; carte piegate di vari colori danno valore alla fatica del giorno; vanno e vengono, per svanire nelle tasche di pantaloni strappati e consunti, o negli ampi grembiuli di quelle donne cosí tanto agguerrite. 

Ho visto una banconota volare per aria, sospinta dal vento impietoso, rotolare in terra tra le travi di legno consunte, tra i sandali e i piedi di tante persone, fino a bloccarsi sotto il piede di chi l'aveva inseguita annaspando. 
Finalmente l'uomo rideva, e con lui gli sbalorditi individui d'intorno.

Duemila scudi: l'equivalente di venti euro. Il prezzo di un tonno da dieci kg.

Il prezzo riconosciuto alla fatica e alla sapienza di chi vive sul mare, muovendo con barche di legno di media e piccola taglia. Il prezzo riconosciuto ad un antico vivente, sottratto al suo mondo di acqua perché la sopravvivenza lo impone.

La scena era ferma, i sorrisi, i volti tirati... Allora mi sono chinata e ho raccolto quel pezzo di carta, e sono stata felice di consegnarlo a colui che lo aveva quasi perduto.

Come le onde oceaniche, la vita sul pontao prende forza, si accalca e si scioglie, spingendo con forte tenacia chiunque sia lí. Una forte corrente di gesti, di suoni e di odori muove scomposta sotto il dominio infuocato del sole, a tratti placato dal vento che, fresco, soffia sempre sul mare.

Io ora mi trovo qui, nella semplicità quotidiana della faticosa esistenza dell'uomo.









venerdì 30 giugno 2017

ESSERE LEADER



In questi mesi sono stata impegnata nello studio del Leanthinking, una metodologia di progettazione della produttività (come organizzare ciò che mi conviene fare per raggiungere l'obbiettivo prefissato) che si fonda su due principi sostanziali: dichiarare guerra agli sprechi, e ottimizzare al meglio le prestazioni.

Per dirla in modo facile, uno spreco è un uso improprio di risorse: quelle disponibili, come beni e servizi; ma soprattutto le nostre, quelle personali.

Il punto è che lo spreco di beni dipende soprattutto dal modo in cui utilizziamo le nostre capacità: dal modo in cui le sviluppiamo, le affiniamo e le contestualizzato all'ambiente di azione.

Alle grandi organizzazioni, in oriente prima che in occidente, questo è divenuto ben chiaro, tant'è che i processi formativi rispettano l'assunto di base per cui il fare degli uni ha sempre ripercussioni sul fare degli altri.

Così, la consulenza aziendale che alcuni anni fa era orientata direttamente sul team, oggi sta muovendo, con convinzione sempre maggiore, in direzione dei singoli individui, in supervisione, ed eventuale revisione, dei modi e delle motivazioni che sottostanno alle azioni.

La scienza ci informa che una buona percentuale delle nostre azioni, a differenza di quanto crediamo, non è dovuta a scelte operate consapevolmente, ma ad abitudini comportamentali, rinforzatesi via via con la prassi fino a diventare automatiche, e ad imporsi all'attore in contesti svariati, anche laddove non saranno garanzia di successo: ha funzionato una volta, e quindi torno a servirsene ancora.

Veniamo agiti, insomma, da routine non sempre ottimali: una incoscienza dagli esiti a volte nefasti per noi e per chiunque è connesso. Routine che sono liberamente osservabili, modificabili, eliminabili, oppure eseguite. A noi spetta la scelta: se utilizzare le nostre risorse per ottimizzarne la resa, o ignorare gli sprechi che, a partire proprio dalle nostre persone, si propagano ovunque.

Ho recentemente discusso la tesi di un master in Project Management: un lavoro incentrato sulla leadership, sulla formazione, sulla consulenza e sulle scelte ottimali, presentate in un'ottica di confronto tra la cultura orientale, che fonda se stessa su una capacità di visione analogica degli eventi, osservati in modo sistemico e relazionale ad ampio raggio; e quella occidentale, che invece erge il pensiero razionale ad unico strumento di conoscenza.

Insieme con i principi teorici ho presentato un caso di consulenza aziendale accaduto di fresco qui in occidente, condotto però con un approccio innovativo di Auditing teso a rilevare e revisionare i processi mentali inconsci e ripetitivi.

 Tutto si gioca sulle scelte che l'individuo fa per se stesso. E questo è il motivo per cui, nel mio lavoro, ho assimilato la leadership ad un fenomeno culturale, ad uno stile di vita.

Per chi volesse saperne di più, ecco il link:




Colgo l'occasione per ringraziare il prof. Paragano che, in veste di relatore, ha seguito lo sviluppo del mio lavoro con attenzione e curiosità, ed il dott. Bernabei, professionista della consulenza e dell'amicizia. 











venerdì 21 aprile 2017

Aprile


Una giornata di sole e una decina di ragazzi sorridenti: dal calendario ammicca la primavera, anche se le temperature si sono di colpo abbassate, ed io mi stringo dentro il golfino pesante in cui mi sono raccolta.

Sorrido alla mia giornata e a questa vita che torna a brillarmi sul viso. 
Ho nutrito il mio corpo con il riposo, e posato di nuovo i piedi sull'erba, sfiorata da petali bianchi, spinti dal vento e sparsi dovunque, nell'aria e sul terreno: sono i meli, che fioriscono all'unisono in questa terra che ne ospita tanti. Meli selvatici, che accenderanno le fronde con i colori rossi dei loro frutti, tra poco, e ieri, ed oggi ancora, nei miei occhi.

Immagini di un mondo che mi accoglie da sempre, coi suoi verdi e coi suoi gialli, irrorato dall'arietta leggera che mi scompiglia dispettosa i capelli: il cielo è ampio, percorso da nubi che lasciano scorgere il sole, tra macchie di azzurro e di grigio, oltre le vette smussate di montagne antiche, un po’ vestite e un po’ nude. 

Ero nel bosco, vicino ad un'antica costruzione di pietre: un tempo ci ha vissuto qualcuno, su questo piazzale coperto di fiori e di piante spontanee, tenuto ordinato dalle bocche affamate di vellosi animali.

 Proseguo curiosa, e risalgo un sentiero seminascosto, fino ad un boschetto in penombra, silenzioso e pieno di odori pungenti. Il piede calpesta qualcosa che scrocchia, e un battito forte di ali domina tutto l'ambiente: un corpo robusto, vestito di grigio e di nero, si innalza veloce spostando il cespuglio spinoso su cui stava aggrappato. Rimango un istante a guardarlo, rapita dal movimento di foglie che si propaga nell'intimo spazio. 

Procedo e intravedo un'altra radura: prati verdi inondati dal sole, nell'armonia acuta e incisiva di brevi cinguettii sconosciuti: sono i custodi del luogo, ma non riesco a vederli, confusi tra i rami e le foglie. 

Chiudo gli occhi e vorrei stendermi al suolo, dormire per ore e sognare di me, quaggiù, con la gioia che colma il mio piccolo cuore, inondata dal respiro del nostro pianeta.

Un suono che a volte ho oscurato con gravi pensieri.

Adesso una voce mi chiama, strattonandomi indietro, in un luogo diverso, in cui persone si incontrano e scontrano, mosse da fili non visti, dirette verso obbiettivi non troppo scoperti. 

Ieri ero lì, camminavo nei pressi di un fiume, affondando i miei passi in un molle gioco di fango e di acqua, con piccole vite scattanti nell'erba d'intorno, e lenti volatili in cielo, a segnare il passo con striduli suoni. 

E quel mondo è ancora con me, sia pure in un ambiente fittizio, fatto di voci e di suoni, di passi tra pavimenti e porte socchiuse. Qui solo braccia protese a toccare la roba di altri, e grida di persone arrabbiate, che si combattono aspre in disarmonico brutto accadere. 

Ma ho curato uno spazio vivace, di giovani e simpatiche vite, che come folletti del bosco sorridono a tutti, tirandosi scherzi giocosi e puliti.

Mi sposto tra loro, osservandoli con un certo piacere, e ripenso a quel boschetto privato, tra una radura ed un'altra, inondate di luce... 


















mercoledì 29 marzo 2017

PASSAGGI



Un vecchio refrain: le parole possono dire di noi e degli altri, e descrivere cose, eventi, o solo impressioni emotive. Con esse possiamo indicare nomi e cognomi, descrivere fatti accaduti, vagare intorno a cause che proprio non sappiamo vedere; o evidenziare soltanto lo schema che sottostà a quegli eventi.

Quest'ultimo è proprio il mio modo: non mi importa che si tratti di x o di y, ma solo quanto è accaduto. Mi si rimprovera che invece tutto è importante: le date, i nomi, le singole azioni... E si, ne convengo... Ma per chi, e per cosa?
Ciò di cui vado a parlare è quanto va destando la mia riflessione: ha provocato in me una reazione e l'esigenza di soffermarmici sopra. Adesso per me conta quello! Non altro, ma quello! 

Parlo con le persone che incontro e tendo ponti sottili, che a volte ritengo opportuno ingrossare, e allora li rendo robusti con contrafforti pesanti. Ponti di vita a garanzia di passaggi, di viaggi, per chi abbia la voglia ed il coraggio di intraprenderne alcuno.

I lavori possono andare a rilento per vari motivi, oppure andare avanti veloci, ma non è detto che continuino a lungo: per questo è necessario un impegno oneroso e molta pazienza, soprattutto il rispetto per sé e per chi interagisce con noi.
Gli aggiustamenti sono continui, in risposta a quanto succede: fare attenzione alla neve, ai venti autunnali, e al bruciore dell'estate che sbriciola tutto, finendo ciò che l'inverno ha ferito.

Creare ponti per garantire passaggi, perché da un luogo si possa raggiungerne un altro, ed esser liberi di decidere, alfine, la direzione da prendere.

A volte però, in questo gioco, un certo timore può incollare le gambe al terreno, annullando il progresso. Il dubbio, alimentato dal desiderio infantile di chi ci si aggrappa alle vesti può confinarci in quella terra da cui proveniamo. L'egoismo di chi non sa fare per sé, e ha bisogno di noi per rimpinguare la sua misera borsa, sovente, ostacola il passo, e con sussurri maligni alimenta in noi la rinuncia.

Così finisce che lacrime ostili mettono a rischio la scelta che vogliamo attuare per noi. 

Il sì e il no: un gioco dal premio vincente o dall'esito infausto. Rimango e so già cos'avevo; procedo e vado incontro a quanto ancora mi è ignoto.
Se resto, però, non trovo più il mio passato, ma il passato che mi ha spinto a cercare, a cui ho voltato le spalle, e a cui mi sono rimesso per personale pochezza.
Un passato che accuserà il mio insuccesso.

Non sarà come prima: sarà peggio di prima.

La clessidra impietosa consuma i suoi grani, li accoglie tra l'inizio e la fine.
Non sempre però chi si unisce alle danze vuole davvero impegnarsi: magari lo fa per riempire del tempo, o solo per dire che c'era. Come chi risponde all'invito soltanto per garbo, saluta i suoi ospiti, beve un bicchiere e volge le spalle alla sala.

Ai conviti c'è poi chi ama l'eccesso, agitandosi e facendo rumore per farsi notare, o solo perché non sa regolarsi, non sa contenere i suoi umori, e le emozioni che gli si agitano dentro. I timidi si uniscono ad altri per sembrare più grossi; mentre individui dallo sguardo annoiato si trattengono in prossimità dell'esterno, pronti a fuggire non appena se ne dia l'occasione. Ci sono i tipi brillanti, gli eroi, coloro che sanno sedurre con movenze leziose; chi domina attraverso silenzi, e chi si sa infervorare elogiando praticamente se stesso...

Alcuni ci sono, ed altri sono lì nei paraggi. Con alcuni mi sfioro, con altri incrocio il mio braccio... Molti, però, non riesco proprio a vederli.
E' una festa, e quello che accade è reale e fa storia: la mia e la storia di tutti.

Le parole, come quei cubi di legno che assemblavo quando ero bambina: a seconda di come li accostavo tra loro realizzavo disegni e davo forma alle idee. Giocavo con essi per colmare l'inquietante e fastidioso silenzio, per celare pensieri, o per dare loro sostanza. 

Oggi mi interessa la prassi: ho a cuore il fare provocato dal dire - i giochi e gli scherzi fanno parte della stessa famiglia.
Quindi, se mi soffermo a guardare negli occhi qualcuno, a dedicarvi il mio tempo con quesiti, risposte e provocazioni, non lo faccio per caso, e non lo faccio per niente.  Mi aspetto che l'altro comprenda e si comporti alla stessa maniera: il pensiero che danza, nel suo gioco di suoni e di forme, sospinto e accresciuto attraverso i vari passaggi, che arricchiscono infine chi lo segue e ne ha cura. 

Cosí costruiamo l'amicizia del fare.

Talora, purtroppo, l'immediata adesione si muta in rapida sosta: un'affacciata al balcone, un viso che si volta a guardarsi d'intorno per brevi, brevissimi istanti.
Che vada.

Ma se il suo viso si atteggia ad ascolto sincero, se cerca quel vino con avida foga, non lo getti nel vento, ricusandone il suono che gli vibra nel cuore: se lo ignora tradisce se stesso, e le parole versate si rovesciano oltre, rovinando nell'aria e nel vento.
 Non lasciamo che si infranga lo specchio, perché niente tornerà come prima.

La vita non riavvolge se stessa: essa incede, ogni volta dalla mossa appena compiuta.
Se non osi avanzare rinunci al presente già tuo che è solo da fare!

La vecchia familiare sirena gioca sempre l'inganno, ma non lasciamo che riesca a sedurci, e continuiamo a viaggiare per terra e per mare, tra i flutti impietosi ed aspre montagne. 
Insistendo potremmo raggiungere verdi radure, popolate da genti felici...





















venerdì 17 marzo 2017

"GUAZZA, ANTIGUAZZA, E SGUAZZATURA"



Un amico risponde ad una mia domanda, chiarisce una dinamica in essere, e poi mi invita a scrivere un post. 

Posso forse esimermi?

 Non sarebbe rispettoso nei confronti del suo impegno dimostrato, del suo interessamento, e della voglia che ho di giocare. 

Quindi, amico provocatore, questo post è qui grazie a te.

Io sono nata a Roma, una città promiscua, ricca di vicoli e di scorci interessanti: geografici, psicologici e linguistici.

Chi legge ciò che scrivo lo sa bene che osservo sempre con grande attenzione il modo in cui le persone usano il linguaggio. Il presupposto da cui muovo non cambia: ogni lingua esprime un mondo, una visione del mondo, il modo in cui chi la utilizza si relaziona a ciò e a chi gli è d'intorno.

 Se ci scomodiamo a forgiare espressioni per indicare un concetto, una relazione di azioni, o semplici oggetti, ciò non avviene per caso né per noia, ma perché riteniamo quei "contenuti" di una qualche importanza... Una lingua, direbbe qualcuno, esprime una visione del mondo, una Weltanshauung
E come negarlo?

E così alle lingue comuni si affiancano i variopinti dialetti, dall'andamento diverso e non sempre gradito... Come ornamenti vivaci, e a volte un po' grevi, su una veste ben fatta. 

Nella mia città ormai il dialetto è quasi scomparso. É presente nei libri di scuola, per merito di grandi poeti a tutti ben noti. Ma per ascoltare le sagaci espressioni romane, al di là di certe vecchie taverne, bisogna che si vada in quei vicoli, con lo sguardo e le orecchie ben ricettivi. 

Soprattutto in estate, quando mi rimane possibile, amo uscire di casa al mattino, in orario leggero, e camminare per ore, con il naso all' insú (ma anche di lato), in un libero andare per le strade roventi della storica urbe. 

Tutti i miei sensi in ascolto, accolgo i suoni e gli odori, regalando a me stessa un tempo privato, e vago tra gli altri, che siano i numerosi turisti accaldati, passanti d'occasione, o normali residenti nostrani. 

Cammino tra loro, silenziosa e curiosa, ogni tanto una tappa per rinfrescare la testa sotto il fresco zampillo di un vecchio nasone
Sempre più rari, purtroppo. 

E così vado avanti: sandali ai piedi, scoppoletta indossata al contrario sul capo, il sole sul volto e i capelli bagnati di fresco.

Incontro così finalmente la grande città, con le sue piccole piazze, guizzanti fontane, sontuosi e antichi palazzi, e le chiese, ornate coi marmi di vari colori e piene di quadri e di storia, che è dipinta sui muri, nei musei, e tra la gente, per strada...

Gli odori che cambiano, spostati da piccole brezze, tra lame di luce accecanti che sbucano un po' qua e un po' la, dietro gli angoli degli antichi palazzi. Lo sfarzo, i giardini, e i resti infiniti di antiche vestigia. Cocci, come li ho definiti volta.... Antichi e famosi, ma semplici cocci. 
Roma ne è piena.

Nel web ho trovato notizie, leggende, usi e abitudini: qualcuno riporta canzoni, modi di dire e di fare... Se cerchi, puoi trovare una storia per ogni vicolo scuro che costeggia i palazzi. Feste ed eventi, passaggi importanti e credenze, in un mondo che ancora rimane, non visto, come sacra memoria dei luoghi.

 Ed è strano osservare così tante persone che calpestano il suolo, dopo tutto quel tempo, dove tanti altri sono vissuti, hanno cantato e lottato, impegnati nella banalità di azioni comuni. 

Ed io che sto lì, ad unire i punti di un gioco, tra presente e passato, memorie e leggende, nel mio attuale e curioso presente. 

Osservo, annuso, ascolto...Un passo alla volta, sotto lo sguardo attento di rapaci gabbiani che si sollevano in volo dalla superficie del fiume per riscendervi giù, un poco più avanti, li dove l'arco del ponte regala loro una larga macchia di ombra.

Il sole nell'aria e un senso fresco di libertà.

La lingua, dicevo, il dialetto, e la gente del luogo che si rivolge a chi incontra.
Espressioni di un comune sentire e di un comune vedere, di un modo che rende a volte compari.

Dare la guazza: una delle tante espressioni romane, un modo un po' immaginifico per illustrare un concetto, per indicare un sistema discreto di raggiungere un certo obbiettivo.

A Roma la guazza è la brina, che si sofferma brillante sull'erba al mattino. Chi vi passa attraverso la raccoglie senza nemmeno avvedersene, e se la porta addosso ignorata.

Col tempo quell'acqua avrà vinto, dopo che, lentamente, avrà conquistato la stoffa ed intriso le vesti e i calzari.

Ma questo dove ci porta? Ad un sistema un po' furbo che alcuni mettono in atto per raggiungere il proprio obbiettivo. Lentamente si lavora nell'ombra, operando l'inganno non visti, intanto che la vittima ingenua si lascia distrarre da altro. 

Il meccanismo è perverso, perché silenzioso e graduale... Un lavorio ben ben misurato che porterà il risultato a sorpresa, inatteso, ma in modo davvero efficace.

E quindi noi diamo la guazza a qualcuno nel dirgli che si, è proprio così che stanno andando le cose, secondo quel modo che a lui piace proprio pensare... Diciamo di andare al suo passo, ma stiamo muovendo altrimenti.

Una buona difesa da mettere in atto è perciò l'antiguazza... 
E questa, direte, che d'é?? 

Un semplice antidoto, che richiede altrettanto lavoro discreto, ma astuzia maggiore. Un gioco di fino che accoglie la guazza che l'altro ci dona con lo scopo di rendere la stessa medesima giostra a chi ha avuto la prima intenzione. 

Tu mi sorridi ed io sorrido al sorriso studiato che tu mi hai donato soltanto coi gesti. Il mio cuore è ben desto però, e così la mia mente, e come se fossi uno specchio, rimando al mittente quel gioco perverso.

Il contravveleno è un guazzabuglio al quadrato: il gioco che gioca colui che vuole giocarmi.

E dunque, a tal punto cos'altro rimane? 

Tra guazza e antiguazza, nel gioco sottile, chi vince e chi perde: chi sta nella guazza e chi invece si gode la sguazzatura finale.